Spegni che non c’è nulla da guardare

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Te ne stai lì, ammutolito, a sentire di battaglie, di argomenti e di fotografie che si fanno la guerra contando i morti. Le parole incespicano e sono buoni tutti a dire che la guerra è sporca, che la guerra fa male, che la guerra uccide bambini, giovani e mogli. Che la guerra è dolore ma che se stai zitto è perché non ti vuoi sporcare. Guerre e guerre e continuiamo ad ingoiarne, seduti al caldo o all’aria fresca sputata dall’apparato mentre mangiamo comodi davanti al televisore.

Stai a vedere chi ha ragione, no non cambiare canale, chi bombarda senza una valida ragione, passami il sale, chi lancia missili e ne ha perso il conto, chi passa giorni di paura, chi non vede mai terminare le ore di tensione.
Senti la morsa attorno al collo perché sei fatto testimone, perché dopo tutti questi anni lo devi pur sapere da che parte stare. E un bicchiere di vino, del quiz non ne voglio sentir parlare. Ci sono gli oppressi, chi opprime perché oppresso e chi ti opprime obbligandoti a ingerire sangue ed immagini, visi di cannibali, corpi dilaniati, uomini sorridenti e armati, mani innocenti, occhi sbarrati. Cerchi il pulsante per alzare il volume. Posti di blocco e crateri, esplosioni spacciate per spettacolari. Il botto di una bomba senza masticarne la polvere perché sotto il culo non hai avvertito alcuna vibrazione. Dov’è il telecomando. Non t’azzardare.

E’ il soffio di un pugno che  colpisce allo stomaco e che stordisce il cervello. Provi a ragionare,  a mangiare un altro boccone, a decifrare la carta della storia. Cerchi di richiamare alla mente  date, numeri e montagne d’informazione. Oramai sei saturo, è buono ma t’è passata la fame. Tuttavia il filo della voce ti dice che la parola appena detta s’è già pentita d’essere stata pronunciata. Magari un caffè. Poi ne deglutisci un’altra e t’accorgi che hai paura di parlare. No, meglio di no. Non fa dormire.

Il muro è sempre più imponente e morti e più morti verranno a convincerti che hai torto ma che hai ragione. Non importa chi ha votato, sgozzato, intimidito, finanziato, aggredito, ammazzato, assassinato. Non importa chi ha cominciato. Non importa il governo, il partito, il colore. Quando guardi il piatto provi confusione.  No niente dolce. Rimani lì, attonito, a rovistare nella memoria per fissare il punto d’inizio, per ricordare quando -per la prima volta- ne fossi stato spettatore. E’un bombardamento senza fine e più scavi e più maledici quell’istinto che ti spinge a voler capire. Silenzio. Un bicchiere d’acqua. Poi spegnerai per dimenticarti, non c’è nulla di buono da guardare.

A tavola non si doveva parlare né di guerra né di politica. Sarebbe nata l’azzuffata, le urla avrebbero invaso il soggiorno e quello era un pranzo di festa che sarebbe diventato un fiume in piena di rabbia e malumore. Ma tu che parli, tu non puoi capire, come ti permetti, ma stai zitto, non ne hai il diritto, se non l’hai vissuto ma che parli a fare ! Allora venivano preferiti lunghi ed assordanti silenzi sottolineati da inutili parole.
Erano passati più di quarant’anni e quando arrivava il caffè già c’era questa lurida guerra nel televisore.

Io ne avevo nove e trent’anni dopo è sempre la stessa che scorre sullo schermo mentre noi facciamo finta di non volerne parlare.
E spegni che non c’è nulla da guardare.

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