Al rancido Ticino preferisco quello di Rioja e carnesecca

rainbowlugano

La Svizzera italiana mi ha visto nascere ; da straniero, ma lì sono nato. E’ nella Svizzera italiana dove ho imparato l’italiano, è lì che sono cresciuto.  E’ nel canton Ticino che ho conosciuto la gioia dell’essere bambino e le profonde tristezze che solo l’infanzia può regalare; la magia e la disillusione dell’innamoramento platonico adolescente, l’istruzione e l’amarezza della scuola, le prime sigarette fumate di nascosto. Il diletto della solitudine. Le scorribande in motorino.

E’ nella Svizzera italiana che ho riconosciuto che per il calcio ero un brocco, che sono stato rapito dal piacere per la lettura. Colpito dal fascino del francese. E’ in Ticino che le cicatrici di una bastarda acne sono rimaste impresse sul mio viso. Ed è lì che persi il sorriso e che ho imparato a vivere intensamente il Carnevale.

E’ nella Svizzera italiana, nel canton Ticino, dove vive la parte più cara della mia famiglia, dove rivedo i miei più intimi amici.

E’ la destinazione di alcuni miei week-end ; quando il tempo lo permette, quando la necessità di rivedere i luoghi dove sono cresciuto e le persone che mi sono care vincono l’angoscia di ritrovare i riflessi di un cantone amareggiato, noioso, chiuso più di quanto lo fosse vent’anni fa, quando partii convinto di non voler più tornare.

Da tempo non mi piace criticare il Ticino per il gusto di farlo. Al contrario, seguo con attenzione quanto di interessante avviene . Mi è impossibile non citare Fabio Pusterla il poeta, il lavoro di On the Camper Records, l’editoria, Luca Mengoni, Demian Conrad che ora vive e lavora a Losanna ma che rimane legato al Ticino, i reportages per la tv di Gianluca Grossi e quelli di Nicola Agostinetti, gli eventi culturali firmati Collina d’Oro, il cinema raccontato da Marco Zucchi , le esposizioni del Museo di Lugano, la robe di Raba e quelle di Riga, i film di Soudani e di Bernasconi, Poestate, Adriano Agustoni, radio Gwendalin, Rocky Wood, Fabio e Roberto, l’intenso lavoro di booking e rivitalizzazione della vita notturna effettuati da Rupen e tutte le persone a lui legate, i libri di Andrea Fazioli o di Matteo Pelli, Giona Mattei e Groundzero. Giovanni Orelli.

La lista è lunghissima e dimentico nomi che non mi perdonerò di non aver incluso. E poi servirebbero pagine e pagine per dire del lavoro effettuato nel campo della gastronomia, dell’enologia, dell’allevamento o dell’agricoltura. Un lungo capitolo che dovrebbe venir sviluppato a parte. Come quello dell’arte.

Dalla Svizzera romanda, dove vivo da vent’anni ormai, cerco di continuare a comprendere la realtà ticinese e –a tratti- la traduco a chi non coglie particolarità o caratteristiche del Ticino che a me paiono più chiare, visto che ci sono cresciuto.

A volte mi sveno, fuori dal Ticino, per cercare di spiegare. Per raccontare sfumature, dire dettagli che possono far comprendere questo cantone a chi non lo capisce, o almeno, a chi mi pare lo capisca peggio di quanto possa farlo io.

Non mi soffermo in modo volontario sulla moltitudine di « terrone-badino-spagnolito-yugo-sporco-straniero-eccetera » che per anni ho udito e che continuo a sentire, preferendo dire che il voto del 9 febbraio non può essere spiegato solamente attraverso la xenofobia o il razzismo. La realtà del Ticino è quella di un cantone di frontiera il cui mondo del lavoro è stato corroso dalla realtà del lavoro sottopagato a frontalieri associata a quella della libera circolazione. Cerco di sollevare -come posso e dove mi trovo- la questione della minoranza linguistica a livello federale e di come il Ticino e tutta la Svizzera italiana mi sembrino bistrattati dal resto della Confederazione.

Ho cercato di non mettere benzina sul fuoco vedendo Bellinzona deserta, le sterili polemiche sul rumore all’ombra dei castelli, alimentate da poche persone anonime ; la triste distruzione di un capitale architettonico di ville storiche e giardini unici nel loro genere che non ci saranno mai più. Dalla Svizzera romanda non v’era alcun bisogno che io lo facessi.

Oggi, tuttavia, un’inutile, becera, minuscola polemica legata a Lugano ha fatto sì che i tratti del Ticino meschino, odioso, siano emersi dominando il campo della mia vista. Un Ticino imbecille, cupo, acido, amaro, arido la cui ridotta ampiezza –e non solo di vedute- non è meritoria di un Borromini a Roma, ad esempio.

Mi è giunta dunque notizia di una polemicuzza a riguardo di un locale, a Lugano, che si afferma quale luogo amico LGBT. Leggasi luogo che può essere frequentato con tranquillità da lesbiche, omosessuali, bisessuali, persone dal sesso indefinito, transessuali, travestiti, gente semplicemente queer. Un locale che queste persone, e gli eterosessuali per cui gli altri sono soprattutto persone, possono frequentare senza correre il rischio di passare un momento del proprio tempo libero divenendo oggetto e vittime dell’astio, della violenza verbale di altre persone che hanno bisogno di escludere –secondo l’orientazione sessuale- per rafforzare la propria identità.

Ho letto di ridicole accuse di« ghettoizzazione » legate ad un locale, in un cantone dove non ve n’è alcuno esplicitamente destinato a chi non addita gli altri a causa della sessualità ; un posto in cui -a chi altrove può soffrire di una rude scontrosità o di reiterate battute ammuffite e violente- viene espresso in modo aperto e pubblico il benvenuto, senza che vi siano rigide barriere imposte all’identità del cliente che desidera, fondamentalmente, passare una buona serata.

In Ticino, come altrove -pure in Svizzera romanda- esistono luoghi bestia-friendly: dove clienti bevono ettolitri di birra e pisciano sulle porte del vicinato. Luoghi buzzurro-friendly: dove la clientela grida a squarciagola, tracanna botti d’alcol forte, racconta barzellette maciste, vomita e provoca risse all’uscita. Calcio-friendly : dove durante e dopo la partita vigono schiamazzi razzisti, all’uscita dei quali vengono commessi atti vandalo-calciofili entrati nella normalità più normale . Per non parlare dei locali prostituto-friendly, dove le lavoratrici del sesso (anche transessuali, lesbiche o presunte tali) accolgono la crema della società e pure –mi par sia capitato-  alcuni membri delle Istituzioni. Si parla di ballerine. E di luce rosse. Non sia che il sesso legato al denaro scandalizzi oltremisura, signora mia!

Lugano dista meno di un’ora da Milano. Chi ha meno di trent’anni ha integrato codici metrosessuali, sia della moda sia del comportamento, scopiazzati dal mondo LGBT. I figli di chi provoca e nutre questa polemicuzza ascoltano Miley Cirus. Gli attori della stessa, i loro padri o i loro figli, si sono spesso travestiti da sesso opposto al loro a carnevale. Avevano una cassetta dei Pet Shop Boy o cantano « Relax » sotto la doccia. Sono fan dei Queen oppure,  quando vincono  il campionato, cantano che sono i campioni, loro. Hanno avuto erezioni per Samanta Fox o sognavano di fare “all’amore” con George Michael. Molto spesso hanno figli, zie, madri, padri, nonni, parenti, amici che hanno conosciuto il sesso omosessuale. Eppure nutrono questa abbietta polemica accusando chi ha aperto un locale nel luganese di « ghettoizzazione », mentre per quanto accade altrove non battono ciglio.

Tornano da vacanze a Ibiza, Londra, New York, Berlino, Barcellona, Mykonos, Arosa, Formentera, le Baleari. Chi guida il loro bus, la loro infermiera, il loro medico, psicologo, cardiologo, proctologo, ginecoloco, massaggiatore, amico, vicino è una persona che può avere un’orientazione non eterosessuale. Ma queste persone non vedono, perché costruiscono palizzate che ostruiscono loro la vista. E quando queste barriere vengono sfregiate, e viene aperto un varco da cui passa una luce a loro sconosciuta,  si spaventano.

Penso fosse Oscar Wilde che disse non importa come se ne parli, basta che se ne parli. Allora io affermo che andrò al Quasar 56 durante la mia prossima visita in Ticino. Chiamatemi frocio, bisessuale, lesbicone, troia, camionista, orso, transessuale, finocchio, pervertito. Fate come volete. Io ci andrò, sicuro del fatto che -almeno lì- chi provoca e nutre queste rancide e inutili polemiche da tardo Medioevo non ci sarà. E chi mi additerà in questo modo neppure.

E se offro parte di questo mio spazio al riguardo, è per publicizzare – a mo’ di riposta-  un locale che riapre dopo questioni che mi paiono importanti e gravi. Qui si tratta di amicizia : friendly. Di simpatia. Non di reati da codice penale. E nemmeno civile.

Omosessuali, bisessuali, lesbiche, transessuali, persone dal sesso indeterminato, eterosessuali, pansessuali e chi più ne ha più ne metta : viviamo assieme e a me sta bene sapere di un locale dove possiamo incontrarci senza astio né violenza in Ticino.

Ora ritornerò a pensare al Ticino e alla Svizzera italiana che amo e che dalle rive del Ceresio sale su fino alla Valle Bedretto o sino a Campo Blenio. Quella strada che percorro con piacere quando dalla valle mi reco ad una serata house, dopo aver cenato paella parlando andaluso, innaffiando con Merlot: poco, visto che è il volante che decide e che la Cantonale può leggere queste righe.

E’ il Ticino dei miei amici, di chi opera per fare del cantone in cui sono nato una regione accogliente e che m’invita a ritornare, da straniero, un po’ a casa.

E’ il Ticino che gusto ora, mentre faccio merenda con un bicchier di Rioja e della carnesecca. Ticinese, ovvio.
E che non sa di rancido. Quale? Visto? L’ho già dimenticato.

Affaire classé.

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