Etienne e Seoul

louboutins

Gli sorrise. Sentiva l’effetto del vino nelle tempie e sugli zigomi. Sin dall’inizio della cena disseminò microscopici complimenti. Il suo sguardo tradiva un interesse che avrebbe dovuto celare dietro al sarcasmo. Oppure col cinismo, di cui però, quella sera, non v’era traccia. Non aveva parlato troppo di sé, le chiese come fosse da bambina, se avesse fratelli o sorelle. Banale. Prevedibile. Scontato. In un’altra situazione avrebbe mostrato che quella conversazione la scocciava. Invece, non senti la rabbia salire. Ed era questo che l’innervosiva: avrebbe voluto insultarsi a voce alta. Si ritenne, chiudendo il pugno sotto il tavolo.

Il cibo era stato cucinato con cura, i prodotti freschi. L’agnello che Julie aveva ordinato, al taglio, mostrava  un tono rosa, indizio di una sapiente cottura. Le verdure che lo accompagnavano conservavano una consistenza croccante. Niente male. Il timo le aveva solleticato l’olfatto. Trovava la sua bocca sensuale. Più del solito.
Aveva deciso di non portare l’orologio, per evitare di guardarlo mentre stava in sua compagnia. Non era scontato, come non lo era il fatto che lui avesse potuto capire perché non lo portava. Aveva anche rinunciato alle solite scarpe da tennis sostituendole con un paio di escarpins, neri. Le piaceva soprattutto perché non aveva ancora cercato di farla ridere. Avesse provato a farlo, sarebbe partita. Pagando il conto. Ovvio.
Un bicchiere di vino. E ammise che sì, desiderava sentirlo nudo contro il suo corpo. Fanculo. Non aveva l’intenzione di resistere oltremodo alla puntigliosa tentazione.

« London’s calling » usciva potente dagli altoparlanti, un buon odore di sapone e vapore dal bagno. Aveva terminato di vestirsi. Decise di lasciare a casa la pistola. Quella sera non gli sarebbe servita e non voleva correre il rischio che Etienne scoprisse che se ne andava in giro armata. Un paio di jeans usati, non di quelli precunsumati venduti come fossero cibo premasticato per adulti affetti da prepuberismo.

Una camicia bianca di cui aveva lasciato aperti i primi due bottoni. Rinunciò al reggiseno, lo detestava. I suoi piccoli seni non necessitavano quell’inutile impalcatura. Prendere o lasciare. Una fine giacca tessuta con fili di lana e di lino, corta sui fianchi. Stile maschio. Quello le piaceva. Spalline pronunciate ma non imbottite.

Quando toccò il risvolto di satin rosso seppe che avrebbe commesso una follia. Se ne infischiò infilando le braccia nelle maniche : il prezzo, comunque eccessivo, non pesava oltremisura. Voleva quel capo e lo comprò.

Infilò il suo bracciale feticcio, un regalo di Carmen. Gli escparpins neri, quello fu il tocco alla sua femminilità, a prolungare le sue gambe allenate. La sua professione le impediva di utilizzare quelle scarpe, ma quella sera non era una come le altre.

Con il palmo della mano mosse i capelli. Controllò lo stato dei denti allo specchio e perfezionò il profilo delle labbra. Il colpo di clacson la avvisò che Etienne la aspettava sotto casa. Lo fece attendere. Controllò che Seoul avesse acqua e cibo a sufficienza. Il pezzo stava per finire e non sarebbe uscita di casa prima dell’ultima nota. Passò davanti allo specchio, suonando una chitarra elettrica immaginaria. Fece un giro su sé stessa, inarcando la schiena e si disse che si sentiva fica. Perché lo era, aggiunse.

« I never felt so much alike, alike, alike… ». Spense. Diede un tiro alla canna poi la posò sul posacenere. Chiavi, sigarette, accendino, carta di credito e denaro contante. Aveva deciso che Etienne le avrebbe offerto la cena solo se avesse saputo evitare di commettere un passo falso. E sarebbe andata come lei aveva previsto a costo di alzare la voce e mettere al corrente tutti gli ospiti del ristorante. Aveva tutto. Lasciò smartphone e orologio sul tavolo del soggiorno. La pistola nel cassetto.

Carezzò Seoul ; miagolò come faceva quando Julie si assentava per più di un giorno.

Antropomorfismo, si disse. E chiuse la porta.

Aveva incontrato Etienne al corso di karate. Il suo sguardo le piaceva. Aveva delle mani imponenti, i lineamenti del viso decisi e squadrati. Gli allenamenti cominciavano a dare forma al suo corpo. Il suo fisico faceva intuire un ottimo potenziale.

L’aveva accostata alla fine dell’allenamento chiedendole dei consigli per comprendere meglio i nuovi ed esigenti esercizi che Chyba Sensei aveva insegnato durante la lezione. Julie gli disse che la pratica era l’unica maniera per capire. Così gli prese il polso. Una chiave. Ruotò la vita, allungò una gamba. Etienne si trovò steso sul pavimento del corridoio che portava all’uscita della palestra. Agì senza riflettere. Non stavano più sui tatami e Julie non aveva considerato il fatto che potesse cadere come un ridicolo sacco di patate. Il suo livello di karate e il senso dell’equilibrio non erano ancora sufficienti. Sarebbe caduto e si sarebbe rialzato migliaia di volte prima di avvicinarsi al suo, di livello. Etienne si rialzò, dolorante. Si massaggiava la spalla e Julie non lasciò che il suo sguardo si addolcisse. Eppure sentiva l’ombra di un sorriso carezzarle la bocca. Imprecò mentalmente. Etienne disse che avrebbe accettato le sue scuse solo se lei avesse accettato un invito a cena. Arrogante, poco originale. Banale. Richiamava un secco no. Tuttavia Julie si udì dire che accettava l’invito.

« Giovedì prossimo ? »

« Come, scusa ? »

« Giovedì prossimo, per la cena. ».

Non doveva perdere la calma. In fondo non poteva sentirsi colpevole dello scarso livello del karate di Etienne. Respirò e decise di riprendere il controllo, accettando il gioco.

« Sì, giovedì prossimo potrebbe andare bene.»

« Alle 20h00 ? »

Odiava quel tipo di conversazione e voleva abbreviare quanto più possibile lo scambio.

« Giovedì prossimo alle 20h00. Scegli tu il ristorante, ma fai che sia buono, altrimenti aggraverai il tuo caso».

« Chez Elles. Lo conosci ? E’ un ristorante gestito da due chef donne ».

Non dubitò. Un punto a suo favore.

« No, non lo conosco. »

« Si trova in Rue des Tilleuls, fanno gastronomia di stile classico, con accenni nouvelle cuisine, non ha aperto da molto…»

Lo sguardo di Julie si attardò sulle labbra di Etienne. Rue des Tilleuls si trovava all’altro capo della città. Sarebbe stata obbligata a scegliere: bere o guidare. Non aveva nessuna simpatia per i tassisti : non perdevano l’occasione di esaminare il suo corpo dal retrovisore e non risparmiavano mai una battuta meritoria di un ceffone, non fosse per il taxi. La sera i trasporti pubblici diventavano una giungla che varcava il limite del fastidio, innervosendola. Non immaginava una buona cena senza innaffiarla con un buon vino e non voleva arrivarci incazzata. Mentre esitava, Etienne le propose di passare a prenderla in auto. La bocca di Julie disse l’indirizzo di casa senza che lei ne avesse avuto coscienza. Cominciò a stringere il pugno della sua mano destra, la rabbia per aver commesso quel grossolano errore la invadeva.

« Giovedì prossimo, alle 20.00. Rue Docteur Mauras 15. »

« Ok.»

Etienne si girò, partì verso l’uscita mettendo in scena in modo buffo il dolore alla spalla. Quando aprì per andarsene si voltò e le sorrise. Non gli guardò il culo. Non voleva commettere un errore supplementare.

Avevano mangiato, sorrideva ed aveva deciso:  né dessert né  caffè. Lui sorseggiava una coppa di Cognac. Non aveva battuto ciglio quando Julie gli annunciò che benché avesse accettato l’invito non intendeva farsi offrire la cena. Il fatto che Etienne avesse annuito senza insistere aveva provocato un tratto sorridente sull’angolo della sua bocca. A suo modo, gli sorrise. Non aveva commesso alcun passo falso, nemmeno in quell’istante, il più critico. L’onere del conto era suo.

« Paga tu. Andiamo da te ».

Etienne  restò immobile. Per sedurla aveva immaginato una passeggiata nel quartiere, respirando l’aria fresca come fosse quella di una sera d’estate. Progettava una camminata lungo i vicoli che portavano alla chiesa di Saint-Christian. Avrebbero potuto sedere sui banchi verdi della piazzetta da cui si gode il lontano via vai dell’omonimo quartiere. Le vecchie che portano a spasso il cane, i giovani che escono esaltati e già ubriachi. Avrebbe sfiorato le sue dita, rubandole un bacio. Una strategia che Julie aveva immaginato e evitato con cura.

Si alzarono, uscirono dal ristorante. S’incamminarono verso l’auto.

Cominciarono a baciarsi nell’ascensore. Etienne le accarezzò la schiena e le loro pance si attrassero, incollandosi. Al sesto piano l’eccitazione li scaraventò fuori dalla cabina. Gli studenti del quinto festeggiavano un compleanno. Fecero come se non ci fosse alcun frastuono. Gli carezzò il torso, aveva aperto la sua camicia, gli prese il culo. Tonico. Duro. La eccitò il modo in cui Etienne le sfiorò i capezzoli. Le piaceva il suo modo di giocare con la lingua.

Cominciarono a spogliarsi lungo il corridoio. La forma del suo cazzo la soddisfaceva. Le aveva tolto la giacca. Si tuffarono sul divano. Gli sfilò i jeans in modo perentorio. Etienne le chiese di non levare le scarpe.

« Scusa ? »

« Non levare le scarpe».

Julie si ritrasse, si alzò,  controllando la pulsione che la spingeva a lasciare via libera ad un cazzotto. Sferrato al viso . Poi raccolse la camicia, s’incamminò e prese la giacca.
Non si girò. Etienne cercò di alzarsi e il sesso gli si afflosciò nelle mutande.

« Se vuoi una puttana, affittatene una! »

Se ne andò, sbattendo la porta.

Sì, avrebbe potuto non togliere gli escarpins: per attizzarlo, per gioco, per dominarlo. Ma quella opzione poteva materializzarsi unicamente se l’avesse decisa lei, di sua iniziativa.

Le scarpe. Come se le avesse preso la testa per obbligarla ad un pompino.

Bastardo. Scese gli scalini a paia.
Il tassista, il retrovisore, la battuta. Fanculo pure a lui.

Seoul miagolò mentre le chiavi giravano nella toppa.
Il gatto capì che Julie tornò a casa prima del previsto.
Antropomorfismo del cazzo , si disse.

Poi chiuse la porta.

*pubblicato in GallizioLAB

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