I fogli e la scatola di cartone

fogliescatola

Ho ripreso quei fogli. Così come avevi detto tu. Sapevi che non li avrei buttati, ma non dove li avrei messi. E non li avevi mai cercati, attendendo che fossi io a farlo. Li avevo rinchiusi in una scatola che avevo pensato fosse uguale alle altre. Invece era una scatola solo simile alle altre. La misi lì, tra due pile, immersa nel disordine, cercando di convincermi che l’avrei dimenticata. Ricordo che quando la posai mi dissi che lì non avrebbe preso troppa polvere.

Li ho ripresi, quei fogli. Ho riconosciuto la scatola. Non ho mai dimenticato quale fosse. Il taglio tondo del coperchio, la trama stretta del cartone e quel piccolo squarcio sull’angolo che a partire da quell’istante non fu più fortuito e casuale. Perché lo vidi quando la riposi e -tu lo sai- la mia pigrizia m’impedì di cercarne un’altra, più simile alle altre di quanto lo fosse quella. Quindi feci come se non me ne fossi accorto, come se quello fosse stato un dettaglio che il tempo avrebbe consumato sino a renderlo liso e invisibile allo sguardo della mia memoria. Ma in quell’istante quella fessura nel cartone abbandonò l’azzardo e diventò una piccola ferita che non  si è mai rimarginata. Nulla, in ciò che la definiva, fu più casuale. Diventò una specie di marchio, come un tatuaggio, perché la potessi distinguere tra le altre quando sarebbe giunto il giorno. Ed è appena passata sotto il polpastrello del mio dito indice.

Eppure allora mi illusi che la mia distrazione cronica avesse potuto confondere quella scatola con un’altra. Una di quelle dove avevo messo cianfrusaglie e oggetti inutilizzabili di cui non ricordavo la ragione dell’acquisto né se mai li avessi usati. Oppure cassette a nastro ammuffite che non hanno più nemmeno un lettore a portata di mano che possano leggerle, penne senza più inchiostro né parole da ricordare, accendini che oltre alla fiamma non hanno più un vago concerto da ricantare. Vecchie cartoline ad immagine di fine-settimana al mare, di giorni nella neve o di vacanze, viaggi e amici ; di quando ancora ne ricevevo e ne spedivo, perché quelle che ricevo oggi sono così rare che non le chiudo in una scatola, ma le dimentico in un cassetto. E non ne spedisco più alcuna.

Li ho pure percorsi, quei fogli. Quando l’ho aperta, non ho passato la mano sul coperchio  per levare la polvere che -vai a sapere come- è giunta sino a lì coprendolo. Non ho dovuto tagliare alcuno spago perché non lo usai. Se lo avessi fatto -tu lo sai- allora avrei fabbricato una tentazione irresistibile, un motivo ineguagliabile per cercarla e riaprirla. Prima del tempo. Prima di ora.  Allora, però, credevo ancora di potermene liberare, almeno a causa di un disguido, grazie ad una fortuita disattenzione.

Li ho pure riletti, quei fogli. E devo dirti che avevi torto e che solo in parte avevi ragione. Di quei fogli non rimane nulla, o quasi, d’interessante da conservare. Parole, cazzate, frasi sgrammaticate, vani sentimenti , immagini sfocate, idiozie inenarrabili, emozioni dolciastre, stati d’animo illeggibili. Una materia inutile che non vale più delle altre robe inutili che stanno nelle altre, anonime, scatole a marcire o ad aspettare. Non c’è nulla, o quasi, da riprendere. Non c’è niente, o quasi, da salvare. Alcune parole scritte mi paiono come quelle decrepite casupole costruite con materiali di scarna qualità che il tempo riduce in ruderi molto prima del tempo. Il cui primo destino va raso al suolo, prima che vi possa essere destino alcuno da custodire.

E dopo averli letti, quei fogli, mi sento come se stessi davanti alle rovine della casa nella quale sono cresciuto e di cui non c’è più nulla, o quasi, da ricordare. Della quale non voglio ritenere più nulla, né tantomeno l’immagine di un relitto.
Mattoni e sassi come frantumi di uno specchio rotto nei quali ho dimenticato di riconoscermi. Nei quali non mi riesco a specchiare. Nei quali non mi voglio più guardare.

Ho raccolto un frammento, tra le macerie ; l’ho infilato in tasca, prima di girare lo sguardo e andarmene. Non si tratta di un souvenir né di un ricordo a cui, come a quegli accendini e a quelle cassette, rimane ben poco –se non nulla- da dire.
E’ questo foglio e sono queste parole. Stava qui in questa scatola che ho cercato, riaperto e di cui ho riletto i fogli: come tu avevi detto che avrei fatto. Come tu mi avevi detto di fare.
L’ho ripiegato, e con il foglio ho ripiegato le sue parole. Il resto l’ho gettato al macero. Ho salvato solo questo e lo spedisco a te, in questa busta, così che tu possa conservarlo. Altrimenti ne avrei fatto un aeroplano di carta a cui avrei dato fuoco prima di farlo precipitare dalla finestra del tredicesimo piano o dal suo balcone.

L’ho riletto una sola volta. Mi ha ricordato che c’è un’altra scatola, là in fondo. Ancora più nascosta. Potrei tentare di farti credere che non so dove sia, né come sia, che l’abbia dimenticata; ma tu sai che non è vero e che un altro -casuale – taglio, uno squarcio nell’angolo, la distingue dalle altre anonime scatole tra cui prova a confondersi perché lì tentai di nasconderla pensando che un giorno non l’avrei più trovata.
Mi avevi detto che un giorno l’avrei cercata, che l’avrei aperta e che avrei ripreso anche quei fogli.

Questo foglio è tuo, ora. Quella scatola rimane là.
Cercherò di dimenticare. Passerà del tempo prima che abbia il coraggio di andarla a cercare.

 

 

*pubblicato in GallizioLAB

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