La partita persa del ’94 (1/5)

operaio

Era da poco giunta l’estate. Profumo di vacanze per chi aveva lasciato alle spalle i banchi di scuola e le aule del liceo, soprattutto per chi aveva la maturità in tasca. O almeno, per la maggior parte. Ma non per tutti.
In fabbrica era tempo di manutenzione. Benché l’attività dell’altoforno fosse stato ridotta al minimo, per stare là sotto bisognava saper resistere ad un calore che a prima vista poteva sembrare insopportabile. E forse un po’ lo era. Mi avevano detto che il corpo s’abituava sia alla temperatura e alla fuliggine sia ad ingerire quattro litri d’acqua durante il turno. Non c’era altra via d’uscita, visto che con l’avanzare dell’estate all’esterno della fossa il calore non avrebbe fatto altro che aumentare.

Col passare dei giorni la tuta avrebbe scordato che il suo colore d’origine era blu elettrico. Le polveri fini avrebbero intaccato quella che in fabbrica più che una divisa è una seconda pelle, saturando di pigmenti tossici le trame del robusto tessuto sino ad integrarne ogni singola fibra. Quel blu che odorava ancora di nuovo, risaltando vergognosamente tra le altre tute, sarebbe diventato sempre più scuro sino a diventare blu notte. Giorno dopo giorno sarebbe mutato ancora. Sempre più cupo, cominciando a confondersi col colore della tuta degli operai che lavoravano in fabbrica da una vita.

Mentre stavo lì, accovacciato nei meandri che passavano lungo la fossa sotto l’altoforno, con la tuta che s’appiccicava alla pelle e intento a sostituire le termosonde cercando di non respirare in eccesso la fuliggine metallica, Carlos e Giovanni dovevano dormire sulla spiaggia sotto un sole cocente. Di sicuro ad una temperatura inferiore a quella che faceva colare il mio sudore, ma si sarebbero risvegliati con la pelle ustionata. Immaginavo fossero crollati; reduci da una notte ritmata dai bassi della tecno, aizzata dal movimento dei corpi, sfocata dall’eccesso d’alcol e che la coca aveva teso ben aldilà dell’alba.
La stagione non faceva che cominciare e dubitavo che avessero trovato un lavoro da barman per il resto  dell’estate. Forse ad agosto. Forse da lavapiatti. In ogni caso, un progetto troppo labile al quale avevo dovuto rinunciare, preferendo la sicurezza del mio impiego estivo.

Ne ero convinto : quella sarebbe stata l’ultima estate che avrei passato in fabbrica. La prospettiva del denaro in tasca a fine agosto compensava i pomeriggi che avrei potuto passare al sole, a fare giri in moto o immerso nel far niente. Quella somma era la condizione imprescindibile perché potessi partire. Ricordamelo funzionava meglio della caffeina quando faticavo a svegliarmi per andare a lavoro.

Non avevo alcuna intenzione di fare, né di finire, la mia vita lì. Dietro l’angolo che avrebbe annunciato l’arrivo dell’autunno mi attendeva un futuro differente e migliore mentre quello destinato agli operai sarebbe stato ancora più cupo del colore della loro tuta.

Avvolto dal frastuono, comunque attutito dall’attività ridotta del periodo estivo della fabbrica, mi dicevo che permettere che alcuni di loro evitassero di metter piede sotto l’altoforno, soprattutto i più vecchi che in fabbrica ci lavoravano da trent’anni, era un motivo in più, oltre al denaro, per resistere all’alta temperatura e a quell’aria satura di polvere di metallo. Come se, stando lì sotto, avessi permesso loro di tirare un po’ il fiato. Allora non mi rendevo conto che dal loro punto di vista quelle ore servivano più ad irrobustire la mia pelle che ad alleviare il loro lavoro.

C’erano giorni in cui la frustrazione di non passare l’estate godendomela appieno alzava comunque la voce. Allora mi dicevo che, in più del denaro, quell’esperienza lavorativa era una lezione di vita e valeva pure quale reale formazione di sinistra. Ripetevo mentalmente, quasi fosse un mantra, che un militante che non avesse mai visto la propria tuta blu diventare nera avrebbe dovuto imparare a tacere piuttosto che parlare di rivendicazioni operaie e di dittatura del proletariato.

 

(1/5 continua)

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