La partita persa del ’94 (2/5)

mainsouvrier

C’erano giorni in cui la frustrazione di non passare l’estate godendomela appieno alzava comunque la voce. Allora mi dicevo che, in più del denaro, quell’esperienza lavorativa era una lezione di vita e valeva pure quale reale formazione di sinistra. Ripetevo mentalmente, quasi fosse un mantra, che un militante che non avesse mai visto la propria tuta blu diventare nera avrebbe dovuto imparare a tacere piuttosto che parlare di rivendicazioni operaie e di dittatura del proletariato.

Svitavo, sudavo, avvitavo. Svitavo. Smontavo una termosonda. Avvitavo. Ne rimontavo un’altra. Giravo il cacciavite evitando che il manico premesse sulle vesciche che si erano formate sul palmo della mano, occupando la mente con pensieri definitivi e inflessibili coi quali, poi, mi sarei anche riempito la bocca. Formule rigide e fragili che sarebbero partite in frantumi alla prima sassata. Mi convinsi che solo chi avesse –almeno una volta nella vita- conservato in bocca un gusto di ferraglia e ruggine a fine giornata avrebbe potuto dirsi realmente di sinistra. Solo chi avesse stretto le mani dei compagni di lavoro prima di cominciare il turno, solo chi avesse portato un casco di quel caratteristico giallo-sudicio, solo chi avesse saputo rallentare la cadenza del lavoro rispettando il ritmo degli operai più vecchi, solo chi avesse provato il gusto di quella vita almeno una volta nella vita avrebbe potuto affermare senza poter essere contraddetto « io sono di sinistra ». Altrimenti sarebbe stato un impostore come lo ero io, pretendendo di sapere cosa fosse la vita operaia attraverso quell’infima esperienza.

Allora mi gonfiavo d’orgoglio e tracimavo d’arroganza. Benché sapessi sin dal primo giorno che sarei uscito di lì allo scadere del contratto a termine che avevo firmato. Volevo considerarmi uno di loro, ma non lo ero. Un operaio come loro. Ma non lo ero.

Che non fossi parte di quel mondo lo mostravano gli sfregi sulla pelle sin troppo delicata delle mie mani, provocati anche dalla più minuscola delle frattaglie di metallo che in fabbrica riempivano l’aria come pollini la primavera. Mani su cui non c’era un solo callo che non erano avvolte dai primi strati di una pelle dura che avrebbe dovuto proteggerle se quella fosse stata realmente la mia vita. Mani che provavano che io, lì, ero solo di passaggio, come un turista che attraversa una township prima di rifugiarsi nella sua camera d’albergo. Quello era un indizio che non poteva sfuggire all’attento sguardo di un vecchio operaio per cui quelle stesse frattaglie metalliche non erano altro che una fine polvere di cui si liberarsi in un battito di mani. Le sue mani.

Durante i giorni più duri, quando il corpo sembrava non avere più alcuna intenzione d’imparare a resistere, più alcuna perseveranza nel voler apprendere a vivere in quella condizione, mi dicevo che quella era una specie di prigionia temporanea e volontaria dalla quale sarei uscito perché potevo ottenere la chiave. Per tenerla in mano sarebbe bastato pagare il saldo per il quale sarei stato pagato. L’onere. La chiave. Il saldo.

Quaranta i giorni davanti a me,  nel deserto, e il denaro sarebbe stata la manna che avrei raccolto all’uscita. A volte dovevo stringere i denti, lungo quella specie di Mont Ventoux. Un passaggio obbligato per  giungere sino ai campi elisi universitari.

In realtà pensavo che sarebbe stato più facile, ma quei giorni sembravano dilatarsi. Chissà quando sarebbero tornati ? Avevano trovato lavoro? Pensavo in modo meno regolare ai giorni di Giovanni e Carlos. Però mi ricordavo  che -se non avessero trovato modo di restare di più sull’isola lavorando, avrebbero presto corso il rischio di aver speso il denaro che avevano.

Un giorno si collegava al seguente secondo una spartana routine. Sveglia. Colazione. Moto. Cartellino. Strette di mani agli operai. Acqua al fresco. Svitavo e avvitavo. Collegavo cavi. Pranzo con gli operai. C’erano pure delle animate discussioni di politica o legate sia al futuro della fabbrica sia al futuro del paese.  Acqua : non dovevo dimenticare di bere. Il fatto che Berlusconi avesse vinto le elezioni era uno degli argomenti preferiti dagli operai appassionati di politica.   Trasportavo i vecchi pezzi all’esterno della fossa e li ammucchiavo fuori dalla fabbrica, là dove c’erano le montagne di rottami.
Incassavo le continue prese in giro degli operai cercando, senza riuscirci, di restare impassibile. Più ci provavo e più gli operai si divertivano nel vedere che mi irrigidivo, incapace di rispondere sullo stesso tono. Mi rifugiavo in quell’attitudine in cui loro vedevano l’immagine opposta a quella che avrei voluto mostrare. Poi, a fine turno, una birra fresca. Era d’obbligo.

 

(2/5  continua)

 

commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Basic HTML is allowed. Your email address will not be published.

Subscribe to this comment feed via RSS

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: