La partita persa del ’94 (3/5)

pausaoperaia

Un giorno si collegava al seguente secondo una spartana routine. Sveglia. Colazione. Moto. Cartellino. Strette di mani agli operai. Acqua al fresco. Svitavo e avvitavo. Collegavo cavi. Pranzo. Acqua : non dovevo dimenticare di bere. Trasportavo i vecchi pezzi all’esterno della fossa e li ammucchiavo fuori dalla fabbrica, dove stavano gli altri rottami. Incassavo le continue prese in giro degli operai cercando, senza riuscirci, di restare impassibile. Più ci provavo e più gli operai si divertivano nel vedere che m’irrigidivo, incapace di rispondere sullo stesso tono. Mi rifugiavo in quell’attitudine in cui loro vedevano l’immagine opposta a quella che avrei voluto mostrare. Poi, a fine turno, una birra fresca. Era d’obbligo.

Malgrado la qualità dell’aria che si respirava in fabbrica, nemmeno con la birra di fine turno mancava la sigaretta. Marcava quel momento così come sottolineava le parentesi nel ritmo di lavoro della squadra alla quale ero stato destinato e di cui non avrei fatto interamente parte finché il blu della mia tuta non avesse smesso d’irradiare quel tono elettrico.

La sigaretta più importante era quella fumata col caffè della prima pausa. La macchina sputava una specie d’acqua sporca dal gusto infame che nemmeno una doppia razione di zucchero riusciva a mascherare. Il liquido bollente colava in un piccolo bicchiere di plastica beige il cui colore interno, in origine, doveva essere bianco. Oltre a non trattenere in alcun modo il calore, per cui ci si bruciava ancora prima di averlo preso, il recipiente sottolineava con la sua forma la pessima qualità del contenuto. Eppure lo bevevamo.

Durante i primi giorni, rendermi alla sala pausa Nord-Est, la più vicina all’ala della fabbrica in cui lavoravamo e la cui provvisorietà durava da vent’anni,  fare sputare i caffè alla macchina e portarli alla squadra era un compito che m’incombeva. Com’era giusto che fosse. Al denaro che gli operai mi consegnavano, assieme al coperchio di una scatola di cartone che sarebbe servito da vassoio, non mancava mai un centesimo. Compreso il montante destinato al mio caffè. Un fatto, questo, che accadeva senza che potessi emettere obiezione alcuna. Immaginavo che poter offrire il caffè alla squadra dovesse essere un lusso che avrei dovuto guadagnare. Nel frattempo era escluso che potessi andare alla macchina e prenderne uno solo per me. Durante il turno, chi ci andava avvertiva il resto della squadra e non tornava mai a mani vuote. Se ci andavo io, l’operaio che voleva un caffè pagava pure il mio. Non v’era alcun modo di discutere e lo sguardo dell’operaio – se solo ci avessi provato – sarebbe stato piuttosto incisivo ed eloquente.

Quando la macchina terminava l’intero ventaglio di suoni e rumori che poteva emettere, caricavo i bicchieri nel coperchio di cartone e mi recavo all’angolo pausa che gli operai avevano allestito all’esterno della fabbrica. Un vecchio bidone di benzina capovolto faceva da tavolo. Alcune casse di legno, e dei rottami selezionati parecchi anni prima, da sedie. Generalmente gli operai preferivano restare in piedi in quell’angolo all’ombra dove, nascoste al fresco, venivano custodite le birre che avremmo bevuto al suono dell’ultima sirena. Al centro del bidone c’era la metà di quello che in origine era un grande barattolo di pelati, i cui bordi erano stati ripiegati per evitare che tagliasse. Fu così tramutato in posacenere.

Presto gli operai smisero di accollarmi sistematicamente il servizio del caffè. Scoprii così che nella scatola di latta dove venivano raccolte le monete, gli operai mettevano pure quelle destinate a chi sarebbe andato alla macchina sputa-caffè. Tuttavia, non vi fu una sola volta che quella scatola fosse passata dalle mie mani. Eppure quando l’operaio di turno poggiava il vassoio sul tavolo, dalle mani di un altro ricevevo il bicchiere beige che sprigionava i singolari aromi di quell’immonda bevanda.

E col caffè fumavamo. Estrarre le sigarette dalla tuta significava dover compiere il gesto di offrirne. Benché per il caffè non mi fosse ancora permesso, capitava che un operaio accettasse una mia sigaretta. Perché ciò potesse accadere, dovevo stare attento allo spazio che poteva diventare il mio turno. Quando ne annusavo l’arrivo, prendevo il pacchetto offrendo un’eventuale sigaretta al resto della squadra. Troppo rapido nell’intenzione significava calpestare i piedi ad un vecchio operaio. Troppo lento nel gesto poteva coltivare l’immagine del tirchio, una figura disprezzata dalla squadra. Generalmente la risposta affermava che avrebbe preferito la propria marca. Quella specie di rito seguiva un codice implicito che gli operai m’insegnarono durante una delle prime pause.
Posai il vassoio di cartone sul bidone, presi una delle mie sigarette e l’accesi. Un operaio mi chiese quale marca fumassi. Agguantò il mio pacchetto con fare deciso. Prese una sigaretta poi lo passò ad un altro operaio che ne prese un’altra prima di passarlo al seguente. Ciascun operaio prese una sigaretta. Ripresi il pacchetto. Ne rimanevano due. L’operaio calabrese mi disse nessuno nella squadra fumava solo. Il messaggio fu chiaro. Contundente. E imparai la lezione.

Ricordo che Gino, un operaio immigrato alla fine degli anni ’60 dalla provincia di Rovigo, non fumava. Aveva delle spalle da giocatore di rugby. Le sue mani erano così forti e grandi che quando ne metteva una sulla mia spalla, per indicarmi un miglior modo di lavorare o per consigliarmi di smetterla co’a sigareta, che a sigareta l’è’a morte,  sentivo la pressione e il peso di un corpo che avrei potuto confondere con una pesante trave o un traliccio di ferro, ma che di primo acchito non poteva essere provocato dalla mano di un uomo. Sapevo che non avrei dovuto chiedergli se stesse stringendo  perché questo l’avrebbe divertito e dall’alto della sua grande statura avrebbe usato la forza delle dita per farmi emettere dei suoni che avrebbero provocato le grasse risate degli altri operai.

Terminata la birra, uno di noi svuotava il posacenere di latta perché malgrado quello potesse apparire solo un angolo sotto una vecchia tettoia, era il luogo della conversazione. Un luogo di vita. La vittoria di Berlusconi alle elezioni di marzo e il suo primo governo, che dirigeva da maggio, era l’argomento che la faceva da padrone. Lentamente, con l’andare dell’estate, la politica lasciava sempre più spazio al pallone.
E poi con la birra non mancavano le barzellette più scurrili, le sonore risate, le prese in giro. A volte risuonavano alcuni screzi, placati in modo rapido dagli operai più anziani. Veniva detto anche il bisogno di ferie, sottolineate nel calendario. Il ritorno al paese faceva scintillare occhi di operai che parevano insensibili,  ma che sotto quella pelle di pietra conservavano la malinconia d’aver lasciato il loro paese e i loro cari quando ancora non erano diventati uomini. Sarebbero ritornati presto e nel loro viso pareva che quella fosse come la prima volta. In seguito veniva dato il segnale: le bottiglie di birra vuote raccolte in un secchio, il posacenere capovolto.

L’emozione veniva evacuata rapidamente. Non c’era più tempo. Il cartellino attendeva il timbro d’uscita. E poi la doccia, la cui obbligatorietà in seno alla squadra era implicita e non poteva venir trasgredita. L’odore di dopobarba d’altri tempi e il rumore degli armadietti metallici che si chiudevano indicavano che il turno di lavoro era finito. Le strette di mano. Poi una nuova giornata, o quello che ne restava ma che ci apparteneva, poteva finalmente cominciare.

 

(3/5 continua)

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