Blu & Nero

« Caffè ? »

« Uhm »

« Caffè Julie ? »

« Sì, sì »

« Che è successo ? E’ morto Seoul ?»

« Non ti permettere mai più di dire una cosa del genere, stronzo. Senza zucchero, grazie »

Giacomo svitò la moka, levò dal filtro il vecchio caffè poi lo sciacquò. Mise il fischiettio in sordina: non era il caso di irritarla di più. Gesti sicuri, automatici, precisi;  ripetuti  ogni mattino, tutti i giorni, domenica compresa.
Preparò due tazzine. La caffettiera borbottò sono pronta e il profumo di caffè alleviò il nodo di tensione formatosi nel piccolo ufficio che i due condividevano temporaneamente.

Dall’Italia aveva portato la caffettiera e una scatola di caffè. Dal giorno del suo arrivo la macchina del caffè che stava sul frigo smise di funzionare rivelando la sua natura : inutile. Un’ingombrante ferraglia. Julie fu costretta ad ammettere, dopo aver resistito una settimana, che il caffè di Giacomo era migliore. Non solo l’aroma. Il cestino non si riempiva di capsule d’alluminio, il suo denaro non contribuiva a più a gonfiare le casse della multinazionale che aveva preso il monopolio sulle mono-dosi di espresso. E poi le piaceva che Giacomo lo preparasse. Preferiva il rumore del caffè quando saliva al fastidioso ronzio dell’elettrodomestico. L’italiano portò nell’ufficio l’atmosfera di una vera pausa caffè. E con il caffè, la sigaretta. Giacomo non fumava. Gli piaceva però l’odore di tabacco mescolato all’aroma diffuso dalla caffettiera e al profumo di Julie, una cosa francese.

Quando arrivò, intorno alle nove, Julie lavorava sugli appunti presi durante gli appostamenti degli ultimi giorni. Aveva il viso tirato. Forse aveva dormito poco e male. Non c’era nemmeno l’ombra di un sorriso, quello che a volte, quando arrivava intorno alle nove, appariva sul suo viso. Ma non quel mattino.

Decise di chiudere in gabbia le parole che volevano correre, spinte dalla sua curiosità. Mise la tazza sotto il naso di Julie che alzò lo sguardo. Sul suo viso si disegnò una smorfia che lo divertì. Aveva, ne fu certo, dormito poco e male.

« Colpa di un bastardo »

Giacomo fece finta di non aver sentito. Lisciò i baffi guardando attraverso la finestra. Con lo sguardo percorse la superficie del terreno da basket abbandonato,  diventato la piazza dello spaccio del quartiere. I pusher sarebbero apparsi durante il primo pomeriggio. Un cane randagio pisciava contro il pilone che manteneva un canestro a cui mancava, chissà da quando, la rete. E forse, non era nemmeno mai stata messa malgrado gli anelli previsti sul cerchio del metallo ormai corroso dalla ruggine.

Posò la tazzina vuota e attese che Julie, che si era seduta sul tavolo, finisse la sigaretta.

« Sei pronta ? »

« Yep »

«’namo »

Julie prese il giubbotto dal dorso della sedia, assestò la pistola sotto l’ascella. Giacomo la precedeva. Anche quella mattina non rinunciò alla sua uniforme ; un completo di lana nero e un fine golf di filo di cotone. Nero. Non lo aveva ancora visto vestito in altro modo. Scesero all’auto. Julie mise in moto, uscirono dalla rimessa e Giacomo non fece in tempo ad aprire la bocca che già suonavano gli Stones. Black come il suo completo e come il fumo afghano che fumava quando anche lui ascoltava gli Stones.

Non parlarono. Giacomo tamburellava sul cruscotto con le dita. Entrarono nella tangenziale. Julie gli lanciò uno sguardo che paralizzò le dita. Julie si chiese se Giacomo avesse mai ascoltato « Black and blue » ma decise di tacere.

La periferia sfilava via, le torri grigie si diradavano lasciando spazio ad hangar e capannoni. Un’accavallarsi d’insegne, cartelloni e pubblicità. La temperatura dell’interno dell’auto veniva mantenuta a 23° dal condizionatore automatico mentre fuori l’afa pesava sull’asfalto.

Il suono della chitarra di « Fool to Cry ». Intermittente a destra, Julie spense la sigaretta. Mosse i capelli. Di lì a poco avrebbero svoltato a sinistra. Il grossista di apparecchi elettronici, il rivenditore di pezzi di ricambio. Una labirinto anonimo che Giacomo e Julie avevano studiato durante settimane e imparato a memoria. Un gommista, un magazzino sfitto, una piccola rimessa. Julie arrestò il motore e spense l’autoradio. Di lì avrebbero sorvegliato l’arrivo del carico di orologi contraffatti. Nell’attesa ricominciarono il corso di parolacce e insulti in italiano da dove lo avevano lasciato. Julie progrediva rapidamente e Giacomo annuì soddisfatto. Mancava ancora parecchio lavoro sull’intonazione ed il ritmo degli accenti tonici. Non riusciva a dire ‘porcatroia’ arrotolando le erre, con la dieresi sulla i. Né tantomeno ‘m’hai rotto il cazzo’. Poteva e doveva ancora migliorare.

Il rischio che l’attesa potesse prolungarsi per ore e ore era concreto,  ma non si sarebbero annoiati.

* “Etienne e Seoul”

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