I due della berlina nera

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Solo la nicotina avrebbe potuto addomesticare il rush d’adrenalina liberato nella fuga. Il motore della moto tintinnava raffreddandosi dietro la porta di casa. La temperatura dell’aria, quella notte, era finalmente diventata gradevole. L’aria circolava tra le vie del paese portando via la calura accumulata dall’asfalto durante il rovente pomeriggio.

Avevo oltrepassato il portale del cortile col fiato corto, aperto il portone con le vene tremanti, spinto dentro la moto con le gambe percorse da crampi. Sfinito, l’adagiai sul cavalletto. Chiusa la porta a doppia mandata, tappai il fiato al rumore e m’imposi di respirare come se avessero potuto udire sin dall’altro lato delle pareti la paura nel mio, di fiato . Restai all’erta, con l’orecchio incollato alla porta e i sensi come fossero di un gatto.

Quanto tempo era passato? Un cane abbaiò e quello poteva essere l’indizio che la berlina tedesca si stava avvicinando. Oppure si trattava di un’illusione e il cane abbaiava alla luna. Non avevo raccolto alcun segno irrefutabile che potesse confermarmi che fossero giunti sino a lì. Immaginavo il rumore del sei cilindri in linea tedesco scorrere piano lungo le vie del paese che a quell’ora stava pensando di mettersi a letto. Era come se potessi vedere sino a che punto i due bastardi fossero concentrati. Come lo ero io, focalizzando al massimo il potenziale dei sensi, cercando di recepire un eventuale dettaglio che li avrebbe messi sulle mie tracce.

La notte copriva la calce bianca delle case e a quell’ora le stradine del centro s’erano con molta probabilità svuotate anche degli ultimi pensionati che avevano l’abitudine di passare le sere d’estate al fresco. Allestivano l’abituale salotto improvvisato sul ciglio della strada, ammobiliandolo con le sedie che -dopo cena-venivano traslocate dal soggiorno. La sera i vecchi non restavano mai nel patio di casa perché là non c’erano né vicini né passanti e i pettegolezzi preferivano svolazzare per strada piuttosto che nel retro isolato delle abitazioni. Malgrado l’ora spingesse quella possibilità sino alla soglia dell’impossibile, speravo che qualche vecchietto o delle nonne in nero si fossero attardati godendosi qualche bicchiere in più di quel balsamico refrigerio. Un vero toccasana offerto loro dall’aria che scivolava lungo case che s’affacciavano sulle stradine del centro. Se fossero rimaste delle sedie sul ciglio della della via, la berlina straniera non sarebbe passata inosservata. E gli eventuali pensionati ritardatari l’avrebbero notata in un modo ancora più nitido se i due avessero adottato un’andatura poco comune al ritmo del paese, ma che a loro sarebbe servita per scovare la casa in cui mi ero rifugiato. Di sicuro, mi dicevo, non volevano dare nell’occhio e – a meno d’essere due perfetti imbecilli- non si sarebbero attardati nel vecchio quartiere. Lì, il rischio che potessero destare sospetti era troppo elevato.

Mentre cercavo di sentire e valutare anche il più flebile e insignificante dei i rumori mi dicevo che avrebbero potuto tornare più tardi, a notte fonda, ma prima del mattino. O che avevano deciso di sorvegliare una delle due strade che dava accesso al centro del paese e che non si fossero separati per vigilarle entrambe. Cercai di convincermi che -lì dove stavo- non mi avrebbero trovato. Lo dissi di nuovo, con un filo di voce invisibile. E poi ancora una volta. Respiravo meglio. Credevo d’averla scampata. Per un soffio.

Eppure non avrei potuto rilassarmi completamente fino a quando la sensazione legata al dubbio della loro presenza in paese sarebbe rimasta appiccicata sulla pelle come lo era la camicia, fradicia di sudore, sulla schiena. E poi sarei comunque rimasto sveglio finché le dita non avessero smesso di tremare.

Ci voleva una sigaretta. L’avrei fumata nel patio, al fresco. Una sigaretta. Le mani andarono in modo meccanico nelle tasche della giacca: il pacchetto di sigarette non c’era. Dov’era? Dovevo fumare e l’avrei cercato così come i due della berlina nera volevano trovare me.

Una sigaretta. Una.
Non avrei dormito finché non l’avrei fumata.

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