Julie e l’incubo della doccia

Una giornata lunga. Non c’era un altro modo né uno migliore, per qualificarla. Lunga. Nemmeno banale. Lunga. L’appostamento non aveva dato alcun frutto. Malgrado fosse cosciente del fatto che convivere con l’attesa senza lasciarsi asfissiare dalla mancanza di risultati fosse una regola fondamentale di quell’esercizio, mentre apriva la porta di casa Julie sentì l’avvilimento invaderle le braccia.

Seoul miagolò e trotterellò verso la cucina, precedendola. La scodella non era vuota, ma Julie sostituì comunque l’acqua. Le piaceva che Seoul potesse averne di fresca. Si rendeva conto dell’inutilità razionale di quel gesto:  un motivo sufficientemente valido per continuare la routine che segnava il suo ritorno a casa da lavoro. Accarezzò il gatto sul collo, ma non a lungo. Con un buffetto lo invitò a scendere dal tavolo visto che non voleva trasferire su di lui la tensione causata dalla frustrazione di non aver ottenuto un solo elemento nuovo utile all’inchiesta. Gli avrebbe dedicato più attenzione quando i nodi che le tendevano le dita si fossero sciolti. Accese una sigaretta, poggiò le gambe sul tavolo e infilò le dita nell’incavo tra i jeans e il ventre.

Strinse il volante sino all’ultimo istante, senza guardare l’orologio. Mise in moto malgrado la morsa della testardaggine la spingesse a voler restare ancora -ore e ore- in attesa del furgone grigio con l’ammaccatura laterale. Presto o tardi sarebbe passato indicando loro quale tra i capannoni ammassati in quel groviglio suburbano fosse la base logistica dei russi. La zona era quella, ne era convinta come era certa che il loro centro operativo si trovasse altrove.

« Porca troia ! » esclamò mentre girava la chiave nel contatto. Mettere fine all’appostamento era la sola decisione valida, lo sapeva e non voleva ammetterlo. Giacomo le disse poche parole a cui Julie rispose avviando il motore. Nella voce dell’italiano non v’era traccia di quelle frequenze che caratterizzavano un timbro vocale d’abitudine gradevole e sereno. Pronunciò consonanti taglienti e le scandì al ritmo di vocali serrate. Un tono arido che le aveva trasmesso l’irrevocabilità della decisione. « Basta, per oggi abbiamo finito. Andiamo. ». Lo guardò e vide in quello sguardo affilato un tratto della personalità di Giacomo che sino ad allora aveva solo intuito nell’asciutta e maniacale precisione di alcuni suoi gesti.

Dietro ai suoi modi affabili e cortesi, celava una personalità dura e ferrea. Julie capì che malgrado tutta la caparbietà di cui era capace, difficilmente avrebbe potuto scalfirla. Sulla via del ritorno, pigiò in modo deciso sul pedale dell’acceleratore per stuzzicarlo. Rimase imperturbabile. Mentre l’anello autostradale scorreva rapido sul parabrezza, Julie immaginò il corpo dell’italiano come se fosse lo specchio della sua mente. Il fine tessuto di lana nera che avvolgeva un fisico asciutto, attraversato da muscoli striati. « E’ stato il tuo migliore porca troia della giornata » le disse scendendo dall’auto. L’angolo della bocca di Julie tradì un pizzico di soddisfazione. « E’ l’ultima volta che fai la cretina quando sono in macchina con te ». Negli occhi di Giacomo un cerchio scuro le impediva di distinguere il limite che separava la pupilla dall’iride. Spegnendo la sigaretta si disse che voleva sapere di più di quello sguardo.

Sfilò le scarpe lungo il corridoio, sbottonò i jeans che lasciò scivolare sul pavimento, camminando sino al soggiorno. Quando rientrava immersa in quello stato mentale le piaceva cercare di eliminarlo così.

Abbassò il braccio del giradischi e con un leggero calcio liberò la caviglia dagli slip neri. Slacciò la fondina cercando di respirare in modo lento. Malgrado le note di « Plainsong » l’aiutassero a domare l’ansia, sapeva che quando la mente e le membra erano intrise da quella particolare sensazione di vuoto i fotogrammi che cercava di allontanare dalla retina da anni, sotto la doccia, si sarebbero formati di nuovo. La terapia aveva ottenuto risultati che solo alcuni anni prima le parevano irraggiungibili, eppure non era uscita in modo definitivo da quell’incubo. Avrebbe potuto evitare la doccia, optare per un lungo bagno, ma non intendeva scansare la difficoltà. Così poggiò la fondina e la pistola sul mobile, entrò nella cabina e avviò il getto d’acqua.

Sentì quella stessa orrida sensazione.  Una rabbiosa cagna che le mordeva lo stomaco. Le piastrelle gelate e la desolazione. Rannicchiata nell’angolo delle docce dello spogliatoio. La luce marcia. I passi dei due che si allontanavano. Le loro voci mute, sicure del fatto che Julie non avrebbe aperto bocca. La notte senza fine. L’elaborazione del piano.

Il getto d’acqua come lamette sul viso. Si rivide mentre negoziava col turco. La soffiata della retata al porto, mentre teneva il pugno chiuso sotto il tavolo di quello spartano bar di periferia. L’odore acre di sudore e di carne abbrustolita. Il turco avrebbe evitato di perdere un migliaio di chili di cocaina contro una sventagliata di mitra all’auto appostata al molo. Julie voleva che gli uomini del turco dessero fuoco alla macchina, a quei due. Luridi esseri. Belve abbiette. Putridi. Quello era il prezzo che Julie aveva fissato per bruciare l’operazione. Voleva che i due affogassero tra le fiamme, ridotti in cenere putrescente nell’oblio. Non intendeva cedere. Non aveva nulla da perdere. Il turco valutò se quella fosse una trappola. Julie senti la mano di uno dei due mastini afferrarle i capelli. Annusò la lama lungo la carotide. Rimase immobile. Fredda. Gelida. Fissò il turco. La schiuma le copriva gli occhi. Cercò di espellere l’incubo immergendo la memoria nelle fiamme del porto, come fece quella notte quando il cielo infiammato le asciugò le lacrime.

Sapeva che in quel punto il film poteva riavvolgersi malgrado la sua volontà e ricominciare nel punto che cercava da tempo di cancellare per sempre. Fece salire la temperatura del getto. Il turco annuì, convinto. Si alzò e se ne andò senza pretendere spiegazioni. Avrebbe salvato il carico di cocaina pagando il prezzo preteso da quell’arrogante giovane recluta. In qualunque altra occasione avrebbe agito di testa sua, ma il turco sapeva riconoscere l’odore della rappresaglia in uno sguardo e il bisogno di vendetta tracimava da Julie. Il turco decise di materializzarla. Benché sapesse per esperienza che in quell’atto non vi fosse alcuna redenzione, sapeva che nell’esplosione della rabbia vendicativa sarebbe anche emerso il dolore. E nel silenzio assordante che avrebbe seguito l’atto vendicativo ci sarebbe stato, almeno, un fugace simulacro di pace. Julie restò sola al tavolo di quel fetido bar durante alcuni minuti che segnarono un’eternità.

Seoul stava accovacciato sul mobile accanto alla Glock, come se volesse impedire che qualcuno potesse sfilarla dalla fondina. Il basso di « Lullaby » vibrava nelle pareti. Le lacrime si mischiarono alla schiuma. Non fiatò, non disse nulla. Ma non partecipò alla retata del porto. Aveva la voce rotta quando annunciò la sua assenza e benché scocciato, il commissario non emise particolari riserve. In fondo, allora, benché brillante, Julie non era che una recluta alle prime armi, prestata alla narcotici dagli affari criminali. Il getto d’acqua bollente sulla nuca. Sentiva il sangue pulsare nelle tempie e urlò in silenzio lasciando cadere la fronte sulla parete della cabina.

Le fiamme sovrastavano il molo. Venne trattata come se fosse una sopravvissuta all’improvviso attacco di uno dei potenti cartelli della coca. La notte dell’operazione avrebbe dovuto trovarsi nell’auto civetta che bruciò trafitta da due caricatori di mitra. Allora Julie decise di interpretare quel ruolo e constatò che le calzava a meraviglia. L’inchiesta interna non emise nemmeno un’ipotesi contenente sospetti a suo riguardo. I due luridi bastardi finirono come avevano meritato. Sei mesi più tardi, Julie rassegnò le dimissioni. La giovane recluta non riusciva a superare lo choc, dicevano. Imbecilli. Rivide la sequenza in cui rendeva il distintivo, poggiandolo sul tavolo del commissario che la guardò con aria viscida e compiacente. Gli archi del pezzo seguente le tagliavano i timpani. L’odore della divisa bruciata in un cassonetto. Le docce dello spogliatoio, le piastrelle gelide. La luce putrefatta. Di nuovo.

Con uno scatto uscì dalla cabina. Tremava. Non intendeva andare oltre. Sfilò la pistola dalla fondina. Serrò la mascella e andò in soggiorno. Le impronte dei piedi bagnati sul parquet. Il basso ossessivo. Alzò il braccio del giradischi, prese « Disintegration » e lo spezzò sul ginocchio. Lo gettò.  Non l’avrebbe ascoltato mai più.

Allora nel soggiorno suonò il ronzio degli altoparlanti muti, pronti ad urlare qualunque musica. Lo ascoltò, regolando la respirazione su quelle frequenze e si gettò sul divano. Armò la pistola, puntando l’arma verso soffitto. Mirò nella fronte della giovane recluta che si era fidata dei due nuovi colleghi. Quella che si divertì con loro, al bar, sfidandoli a shot di vodka. Nel mirino c’era la sprovveduta che raccontò loro le barzellette più oscene. Lo spogliatoio. Le docce. Strinse il pugno sul calcio della pistola quasi a volerlo stritolare. Poi sentì che Seoul le solleticava il collo. L’annusava.

Scese le scale a notte fonda, sistemando la pistola nel giubbotto. Guidò in silenzio, con i finestrini aperti. Sentiva la mente come fosse un laser bianco che spaziava sull’autostrada. L’aria che entrava nell’abitacolo la spettinava. La tangenziale deserta. Giunse nel luogo dell’appostamento a fari spenti. Quando arrestò il motore si accorse che aveva guidato senza musica. Pensò a Giacomo, allo sguardo nero che la colpì quando l’italiano scese dall’auto: non gli avrebbe detto nulla.

La notte si addensava sui tetti dei capannoni e sprazzi di silenzio sempre più ampi indicavano il suo apice. Vide dei fari avvicinarsi alla zona che stava sorvegliando. Un furgone bianco. La fatica le bruciava la vista e la mente cominciava a titubare, forzò tuttavia l’attenzione ed osservò uno sfregio sul lato del veicolo. Respirò profondamente per mettere meglio a fuoco, mise in moto e lo seguì. Tra i viali anonimi di quella terra che di notte pareva non appartenere a nessuno vide una saracinesca aprirsi. Il furgone imboccò l’apertura poi sparì all’interno del capannone. L’ammaccatura laterale era stata riparata in modo sommario. Il furgone bianco era il furgone grigio. Un nodo le strinse lo stomaco. Rimase in apnea finché non vide spegnersi l’ultima fioca luce inquadrata da una minuscola finestra situata nella parte alta del capannone. Strizzò gli occhi, mise in moto e si allontanò senza far rumore, lasciando scivolare l’auto sul catrame. Voleva tornare a casa, ma la fatica la costrinse ad una sosta lungo la statale. Respirò a fondo, soddisfatta, sistemando la pistola tra le cosce e non sentì le palpebre precipitare.

Il telefono doveva squillare da tempo. Aveva la mente ovattata e le gambe contratte dalle ore passate in auto. La luce del giorno le accecava la vista. Prese il telefono dal giubbotto, in uno stato semi-cosciente. Nella bocca sentiva la persistenza dell’incubo, mentre il taccuino sul sedile del passeggero le confermava che non aveva affatto sognato. Il furgone bianco. Il capannone. Pigiò il tasto e avvicinò il telefono all’orecchio :

« Porca troia, Julie! Sono quasi le dieci. Muovi il culo. Scordati il caffè. Oggi il pranzo lo paghi tu ». Giacomo attaccò e non le diede la possibilità di replicare.

Julie decise che sarebbe arrivata con un ritardo ancora più abbondante. Nel frattempo avrebbe pensato a come informare Giacomo di quanto aveva scoperto, ma  prima sarebbe rientrata a casa per riempire le ciotole di Seoul.

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