Julie e l’incrocio di vie

Prese il vassoio, dispose i piatti, il bicchiere e andò al tavolo. Come faceva quando veniva al ristorante, l’italiano aveva ordinato i tre pezzi di manzo alla brace, al sangue, accompagnati da un’insalata verde e un bicchiere di Montepulciano. Sapeva che a fine pasto avrebbe rinunciato al caffè. Le prime due volte ne volle uno e lasciò la tazzina quasi vergine sul tavolo, storcendo il naso dopo un breve sorso. Philippe gli propose di sostituirlo con uno nuovo, pensando che non fosse stato preparato a modo. La seconda volta capì che avrebbe potuto servirgliene mille e che l’italiano non l’avrebbe comunque bevuto. Il gesto della mano fu chiaro e perentorio : il caffè del ristorante non era di suo gradimento.
Non lo aveva aveva mai visto solo prima, era sempre venuto in compagnia di Julie. Da qualche tempo i due pranzavano lì almeno due volte alla settimana. Da più giorni Philippe si chiedeva quale motivo avesse spinto Julie a ritornare da quelle parti e quale fosse la ragione della presenza dell’italiano.
Sceglievano un tavolo sul lato della terrazza che dava sul piazzale sterrato adibito a parcheggio, dal quale si vedeva il tratto di statale nella direzione dell’autostrada, da cui venivano e verso cui partivano dopo pranzo.
Quella volta la curiosità di Philippe si concentrò sull’assenza di Julie e sul perché l’italiano fosse arrivato così presto. Dei due era lei la sua interlocutrice, l’italiano pronunciava poche parole quando si rivolgeva a lui. Aveva comunque notato che le parlava in un modo che gli parse piuttosto aperto e simpatico, mentre avrebbe preferito che l’italiano fosse stato la testa di cazzo di cui aveva l’aria.

Vide Julie per la prima volta parecchi anni prima, quando lavorava in un fast-food, all’altro capo della città. Gli rimasero impressi sia l’espressione del viso sia lo sguardo diretto. Aveva l’abitudine di ordinare un hot-dog con della senape. L’opzione che il fast-food si ostinava a chiamare menu non l’interessava visto che non mangiava patatine fritte e che preferiva bere una birra piuttosto che quelle bevande che trovava zuccherate a dismisura. Il locale però non vendeva alcolici così, la prima volta che la servì, constatando l’espressione delusa quando seppe che non avrebbe ottenuto una birra, le disse che poco lontano, parecchio nascosto, c’era un piccolo negozio dove avrebbe potuto comprarne. Se le fosse risultato difficile trovarlo avrebbe potuto chiedere a chiunque del « pakistano », l’ultimo negozio rimasto in quel quartiere di periferia dove si poteva trovare di tutto o quasi, sopravvissuto miracolosamente al feroce cannibalismo degli ipermercati poco lontani. Lì sapevano tutti del « pakistano », anche i ragazzini che girovagavano in bicicletta e fumavano erba invece di andare a scuola, coscienti che pure la polizia aveva dimenticato quel ritaglio urbano disposto tra l’autostrada e i margini della zona industriale.

Il « pakistano » era sempre aperto, anche quando era chiuso. A qualunque ora bastava suonare il campanello celato in un incavo sul fianco della porta e attendere che il signore dalle infinite rughe venisse ad aprire. Spesso non diceva nemmeno una parola. Veniva ed apriva ; non importava se per una bottiglia di vodka, un pacco di pasta, delle sigarette o dei preservativi.

Da quella volta in poi, fino a quando improvvisamente smise di ritornarci, Julie entrava nel fast-food tenendo nella mano un lattina di birra della marca portoghese venduta dal « pakistano ». Non mangiava mai all’interno. Dava un primo morso all’hot-dog uscendo dal locale e lo finiva seduta sul muretto vicino all’albero, uno dei rari a spuntare in quella zona della città cronicamente immersa nelle polveri fini che da anni avevano intaccato, annerendolo, il cemento che la ricopriva.

Julie ricomparve alla sua vista parecchi anni più tardi. Lavorava da qualche mese in quello che più che un ristorante era la succursale di una catena specializzata nello spaccio di carne di manzo cucinata alla griglia. La riconobbe subito malgrado i capelli più corti. Il tempo aveva definito in modo più netto i tratti del viso, in special modo gli zigomi. Il passo deciso e spedito, le lunghe gambe, quel modo di parlare rapido e diretto, senza fronzoli, puntando lo sguardo negli occhi del suo interlocutore. Il tono della voce asciutto e comunque cortese. Un’inaccessibilità per cui Philippe ebbe un debole sin dal primo istante.
Le disse che lì servivano birra e che avrebbe potuto scegliere un contorno di verdure invece delle patatine fritte e le strappò una smorfia che interpretò come un sorriso.

« Ti ho riconosciuto, sai ? » gli disse mentre pagava il conto « me ne sarei ricordata anche se non mi avessi detto della birra. Piacere, Julie. »

« Philippe » le rispose stringendo la mano che gli aveva teso. Non aggiunse altro.
Si sentì intimidito ma provò comunque a sostenere, seppur per qualche secondo, il suo sguardo. Poi arrossì e balbettò qualche parola dandole ad intendere che il dovere lo chiamava.

Quando Giacomo arrivò al ristorante non c’erano che due incalliti avventori che aveva già incrociato più volte. Stavano al bar e ridevano forte scolando del rosé la cui pessima acidità giunse sino alle sue narici. La clientela che avrebbe occupato i tavoli sarebbe arrivata più tardi, quando anche Julie e lui decidevano che era ora di staccare e andare a pranzo.

Sentiva le gambe rigide e la schiena contratta: non avrebbe dovuto finire la seconda moka preparata in ufficio. Fu il ritardo di Julie ad innervosirlo, così non misurò l’eccesso di caffè e quella distrazione non aveva affatto contribuito ad allentare la tensione.
Benché si fosse abituato al fatto che arrivasse in ufficio più tardi di quanto ritenesse opportuno, senza averle mai mosso un appunto a riguardo, Giacomo considerava inaccettabile che non fosse ancora giunta all’appuntamento senza fornirgli una giustificazione. Quando sarebbe arrivata l’avrebbe mitragliata con lo sguardo, scaricando così la rabbia che andava accumulando nel tessuto muscolare; non avrebbe potuto evitarlo e non lo voleva nemmeno.
Nell’attesa che la vecchia Porsche nera spuntasse dalla statale sentì un impellente bisogno di nicotina. Riconobbe il perverso richiamo della tossicodipendenza che aveva coltivato durante lunghi anni percorrergli il corpo. Era passato molto tempo dall’ultima sigaretta, ma ritornava puntuale. Lo individuò al nascere come aveva imparato a fare, perciò non avrebbe ceduto. Sarebbe diventato irresistibile se l’avesse lasciato crescere. Più volte lo aveva tradito facendogli riprendere una sigaretta con la sicurezza che non ce ne sarebbe stata una seconda che avrebbe fumato certo di saper evitare la terza, e così via, sino a riprendere il vizio del fumo e le trenta sigarette al giorno. Ne voleva una, il suo corpo ne esigeva imperativamente una, le sinapsi gli urlavano il manco dell’acceleratore cerebrale prodotto della nicotina inalata. Cacciò il richiamo espirando a fondo visto che oltre che a se stesso aveva promesso alle bambine che non avrebbe mai più fumato.
Ordinò un bicchiere di Montepulciano e dell’acqua. Nell’attesa continuava ad osservare la strada e il telefono che non dava notizie di Julie malgrado l’abbondante ritardo. Senza che se ne rendesse conto, la gamba aveva preso a marcare un ritmo rapido dettato dal nervosismo. Non intendeva richiamarla. Attirò l’attenzione di Philippe e gli disse « il solito ». Poi si servì un altro bicchiere d’acqua dalla caraffa e finì il bicchiere di vino.

Tre pezzi di manzo alla brace, al sangue, l’insalata verde e un bicchiere di Montepulciano. Era quello « il solito » e Philippe s’apprestava a servirlo. Fu Julie a fargli capire che con con quell’espressione Giacomo intendeva ordinare il piatto che gli consigliò la prima volta e che a partire dalla seconda diventò un’abitudine. Giacomo avrebbe preferito di gran lunga una trattoria a conduzione famigliare, un posto simile a quelli in cui gli piaceva pranzare in Italia, piuttosto che in quel succedaneo di ristorante. Fu tuttavia costretto ad ammettere molto rapidamente che nel groviglio suburbano in cui era immersa la zona dei capannoni la concorrenza era composta da luoghi ben peggiori.
Philippe giunse al tavolo col vassoio, ma l’italiano non c’era. Vicino al bicchiere del vino vuoto c’era del denaro. Oltre alla somma del conto, una lauta mancia. Constatò che l’anonima berlina francese usata dall’italiano mancava dal piazzale sterrato. Se n’era andato.

Julie uscì di casa soddisfatta e contenta. Non sentiva affatto le poche ore di sonno passate in auto. Aveva accarezzato Seoul, i nodi che la sera precedente le irrigidivano le mani s’erano sciolti. Riempì le ciotole, rincorse il gatto lungo il corridoio, nuda. Vista l’ora non avrebbe dovuto lasciare scivolare il corpo nell’acqua calda della vasca, però considerò che la scoperta notturna meritava quel premio. In più si convinse che l’informazione avrebbe addolcito l’incazzatura di Giacomo. Mentre infilava i jeans s’accorse che le lancette s’erano mosse aldilà delle dodici. Si sbrigò, regalando comunque qualche attenzione supplementare a Seoul.

Aprì il finestrino e accese una sigaretta, oltrepassando con nonchalance il limite di velocità permesso sull’anello autostradale. Fece passare le tracce di « Violator » con un gesto rapido sino alla numero sei. Di norma ascoltava gli album dall’inizio alla fine, tuttavia la rapida luce riflessa dal parabrezza e il rombo prodotto dall’entrata in funzione del turbo l’avevano invogliata ad ascoltare « Enjoy the silence ». Alzò il volume, scalò una marcia e pigiò in modo ancora più deciso sull’acceleratore, infischiandosene di un eventuale controllo di velocità. Il ritmo del basso introduttivo e la musica del motore si mescolavano, poi, all’attacco delle note della chitarra, Julie sentì l’adrenalina risalire lungo le cosce.

Amava la sua auto. Le vibrazioni trasmesse dal motore alle lamiere, l’odore di benzina che sprigionava. La posizione di guida bassa, la sensazione della spinta della propulsione nella schiena e quella che connetteva le natiche al comportamento stradale. Il cambio preciso e reattivo.
La novecentoquarantaquattro entrò nella sua vita quando concluse il primo contratto col turco, alcuni mesi dopo aver rassegnato le dimissioni dalla polizia. Se ne innamorò a prima vista. Una Porsche 944, nera, turbo, 220 cavalli, classe 1986. Gli anni non avevano scalfito il fascino di un modello che la colpì quando ancora era una ragazzina. Stava là, in fondo alla grande autorimessa dove strinse la mano al turco garantendogli che avrebbe ritrovato l’albanese a cui dava la caccia, al margine di grossi fuoristrada giapponesi, una sobria Mercedes grigia e ad alcune veloci motociclette.

Ritrovò l’albanese, che si era nascosto in uno spartano appartamento di un piccolo paese al margine della città. Immaginava che il suo corpo sarebbe svanito nel nulla a meno che il turco volesse far giungere alla famiglia nemica un messaggio simbolico utilizzando una parte del corpo dilaniato per sottolineare la gravità dello sgarro commesso. Sulle ragioni della faccenda Julie non sapeva nulla poiché decise sin dall’inizio di volerne restare all’oscuro. Non richiese informazioni e il turco apprezzò in modo implicito quel suo modo di fare.
Lo rivide per il pagamento pattuito nella stessa autorimessa e nemmeno in quel momento le passò per la testa di chiedergli spiegazioni né a proposito del torto subito né del destino dell’albanese e incassò il denaro . Mentre bevevano il caffè fumando seduti ad un lurido tavolo di formica marrone, il turco posò accanto al bicchiere di Julie una chiave su cui era incastonato l’inconfondibile logo della casa di Stoccarda.

« Ho visto come l’hai guardata l’ultima volta, so che ti piace. E’ pulita, ha tanti chilometri è vero, però funziona a meraviglia. L’ho provata ma che me ne faccio io ? » disse poggiando entrambe le mani sull’enorme pancia. « Non voglio che i miei uomini la prendano, capisci? Non riesco nemmeno a convincerli di vestirsi come si deve, figurati che combinerebbero con quella tra le mani. E’ troppo rischioso! Se la vuoi è tua. Ma se accetti significa che t’impegni da ora a onorare il prossimo incarico, quando avrò bisogno di te. ».

Il turco s’accorse degli occhi scintillanti di Julie e la immaginò bambina mentre s’apprestava a scartare un pacco regalo. Fu la prima volta che la vide sorridere in modo aperto.
Julie si disse che non sarebbe passata inosservata a bordo di quella Porsche, però s’accordava a perfezione col suo look, come fosse stata un secondo giubbotto di pelle. Non le piaceva affatto pensarlo, ma si rendeva perfettamente conto che la polizia, vedendo una donna al suo volante, non avrebbe reagito come se alla guida ci fosse stato uno degli uomini del turco. E infatti l’esperienza confermò quanto aveva ipotizzato. Aveva il difetto di non essere affatto un’auto impersonale, ma nemmeno Julie lo era e sin dall’inizio s’accordò all’immagine che, con quell’auto, trasmetteva. La potenza del motore la trasse più volte d’impaccio e in più, di notte, grazie al nero e ai fari retrattili, riusciva a passare quasi inosservata. Certo un orecchio allenato avrebbe riconosciuto l’inconfondibile musica di quel particolare quattro cilindri, ma nel frastuono della città le persone dotate di un udito del genere non eccedevano.

Fu in fase di sorpasso che s’accorse della presenza di una motocicletta nel retrovisore, una Kawasaki che le pareva d’aver scorto uscendo di casa. La morsa del dubbio le strinse la bocca dello stomaco. Sorpassò due camion, rallentò in modo brusco e scartò sulla destra infilando l’auto nello scarso spazio tra la grossa motrice e il furgoncino rosso che la precedeva. La parte finale del pezzo sottolineò la tensione e la forzò ad un’improvvisa apnea. Dal retrovisore sinistro osservò che la motocicletta rallentò improvvisamente, cercando di nascondersi dietro al rimorchio del camion. All’attacco di « Policy of Truth » diede gas con rabbia. Sorpassò la fila dei veicoli lenti. L’abitacolo fece da cassa di risonanza al risucchio del turbo mentre cercava di spremere tutti i cavalli che in origine il motore sapeva trasmettere sul catrame. Il turbo però era in fin di vita e non avrebbe ottenuto la spinta dei più bei giorni. Decise dunque d’imboccare la prima uscita manovrando solo all’ultimo istante, nel tentativo di sorprendere il pilota della moto. Voleva evitare nel modo più assoluto di guidarlo sino al ristorante e doveva seminarlo. Strinse il volante come se lo stesse stritolando perché la moto riuscì a seguirla e la distanza diminuiva pericolosamente.
Di colpo prese coscienza che si stava rapidamente avvicinando ad un punto critico. Alla fine del rettilineo c’era il grande incrocio e il semaforo. Scorse la fila di auto e di camion che attendevano pazientemente di ripartire. Imprecò con la mascella stretta, la linea bianca continua proibiva il sorpasso, scartò comunque a sinistra infilando l’auto tra gli isolotti che separavano la corsia in senso contrario e i veicoli sulla destra. Sperava che il semaforo diventasse verde al suo passaggio. Incatenò le parolacce tra i denti stretti e si disse che anche se fosse stato rosso non si sarebbe fermata. Fu una pulsione che buttò all’aria la condizione posta dal semaforo e dal rischio di bruciarlo.
Le parve di udire uno sparo. Poi un secondo.

Percepiva la bocca come se fosse stata di cartone. Provò ad aprire gli occhi e fu accecata dall’aggressività di un neon. Riconobbe la sagoma di Giacomo e il suo completo nero. Un bruciore lancinante all’avambraccio ed era come se una pesante pressa pneumatica stesse spingendo sulla cassa toracica. Mosse la testa e le sembrò che una lama stesse penetrando nelle vertebre cervicali. Il soffitto era formato da quadri regolari di un colore simile al bianco che parevano cosparsi di piccole forature che non riusciva a mettere a fuoco. Provò ad alzare e avanzare il busto, ma Giacomo lo impedì. Le parlò piano. Sentì che aveva il fondoschiena nudo. Lenzuola bianche, inamidate. Una tenda. Le voci femminili, Giacomo sottovoce disse loro che Julie s’era svegliata. Strizzò gli occhi. Uno sparo. Un secondo. La moto. Il semaforo. Nero. Aprì gli occhi e capì in modo brutale che quello era il letto di un ospedale.

Riprese coscienza, le venne spiegato che l’aveva scampata bella. Un bicchiere d’acqua. Oltre la finestra vide ch’era scesa la sera. Non volle nemmeno assaggiare il cibo che le venne portato a letto, sul vassoio, e pretese una sigaretta che le venne negata. Allora si alzò con un’energia inverosimile e a nulla servì che Giacomo cercasse di trattenerla. Sentiva il cranio come se fosse attraversato da una sbarra di ferro. Aprì l’armadio alla ricerca dei jeans e della sigarette, ma non trovò nulla. Scansò le infermiere, uscì dalla stanza e camminò verso gli ascensori. Giacomo la seguì senza cercare di fermarla. A piedi nudi, si diresse con un passo altalenante e rabbioso verso l’entrata principale, col camice aperto sulla schiena che non riusciva a coprirle le natiche. Le infermiere che la inseguirono decisero di attendere, visto che Giacomo ispirava loro fiducia. Julie ottenne una sigaretta da un uomo sulla sessantina che fumava accanto al grande posacenere posto accanto all’entrata vestito con una specie di pigiama azzurro, appoggiato al supporto su rotelle della flebo.

« Il furgone grigio è il furgone bianco » disse a Giacomo dopo aver espirato il fumo.

« Mi devi delle spiegazioni » rispose

« Prima dimmi cos’è successo  »

L’insistenza del medico non servì a nulla, Julie rifiutò categoricamente di rimanere in ospedale per una notte d’osservazione. Aveva subito una forte commozione cerebrale, sentiva un corpo estraneo trapanarle la testa e la cassa toracica come se fosse stata investita da un camion, eppure volle tornare a casa. Le vennero somministrati degli antidolorifici. Non aveva subito traumi agli organi, tuttavia il medico la informò che il rischio di un’emorragia interna non era del tutto escluso. La migliore opzione, disse con tono pacato, consisteva nell’accettare di restare per la notte. Dovette tuttavia risolversi a cedere alla cocciutaggine di Julie a cui fece comunque firmare un documento di delibera.

Sulla strada verso casa, Giacomo le spiegò che l’aveva aspettata al ristorante. Visto il ritardo e la rabbia che aveva cominciato ad invaderlo, aveva deciso di rendersi a casa sua. Mentre attendeva che una signora finisse la goffa manovra che avrebbe liberato un posteggio, vide la Porsche nera spuntare dal garage. La seguì, ma cominciò a perdere il passo già sulla statale. Giacomo s’accorse della motocicletta e sospettò che la stesse seguendo. Quando furono sull’autostrada, la berlina francese non riusciva affatto a ricucire la distanza che la separava dalla moto e dalla Porsche. Poi, d’improvviso la vide rallentare in modo brusco e scartare a destra, davanti al camion e quella manovra gli permise di riavvicinarsi.

« E gli spari ? »

« Ho sparato io. Quelli erano armati e secondo me all’incrocio ti saresti presa una sventagliata di Uzi. Non c’era il tempo di riflettere. Hai avuto fortuna, il secondo sparo è andato a segno. Il pilota ha perso il controllo e sono andati a sbattere »

« E la novecentoquarantaquattro? »

« Non mi chiedi di loro ? »

« Sì, ok. Ma la mia Porsche ? »

« Quando ho capito ch’eri fuori pericolo, nell’attesa dell’ambulanza, sono andato dov’erano caduti. Il pilota era messo male. Il passeggero ha provato a fuggire, andava lento, zoppicava sanguinante. L’ho inseguito e l’ho eliminato. Poi sono tornato dal pilota. Non penso che se la sarebbe cavata e non tengo a spiegarti per filo e per segno : l ’ho finito. Aveva questi documenti francesi su di lui. Falsi ».

« Ok. La novecentoquarantaquattro Giacomo ? »

« Distrutta. Un camioncino, veniva da destra. Hai bruciato il semaforo, ricordi ? Quando ti ho estratta dall’abitacolo eri incosciente. Hai avuto molta fortuna, se fosse giunto da sinistra non avresti avuto scampo. Ho preso i documenti dal cruscotto e le ho tolto le targhe. Ma non sarà affatto complicato risalire a te. Non ci sono molte macchine come quella in giro… mi stai ascoltando ? »

Julie era attonita. Fissava un punto indefinito aldilà del parabrezza. Non capiva come quei due avessero potuto giungere sino a casa sua. Provò a riavvolgere il film della notte precedente perché le sembrò di essere stata prudente. Certo, il rumore della Porsche, che considerava musica, era unico e poteva attirare l’attenzione, ricordò di essersi avvicinata al capannone e al furgone bianco lasciando scivolare il motore, ad un regime molto basso. In quel punto, la memoria era nitida : quando mise in moto per seguirlo evitò di fare spuntare i fari retrattili nella notte. Andò via con uguale scioltezza e poi si fermò a dormire sulla statale ; se avessero voluto eliminarla, avrebbero potuto farlo in quel momento. Strinse il pugno, dicendosi che era stata stupida ad uscire di casa con tanta euforia, tanto d’accorgersi della Kawasaki così tardi.

« Mi ascolti ? Julie ! »

Ripassò mentalmente la sequenza e strinse ancora più forte il pugno quando non riuscì a ricordare se quando ripartì dal groviglio di capannoni lo fece a fari spenti. E se li avesse accesi senza rendersene conto ? Le immagini che le passavano sulla retina erano sfocate e il dolore diventò ancora più lancinante.

« Julie, cazzo ! »

Giacomo la guardò con gli stessi occhi neri che gli aveva visto il giorno prima. Non riusciva a ricostruire la trama. Rivolse lo sguardo verso di lui e senti di nuovo la lama di un coltello attraversare le vertebre sotto la nuca. La macchina era ferma e si udiva solo il rumore della ventilazione.

« Prenditi il giorno libero domani. Riposa. E chiamami questa notte se ci dovesse essere un problema. Hai sentito il medico, non esclude il rischio di un’emorragia interna. Quanto starai meglio voglio che mi spieghi dove sei stata stamane. Cristo santo ! Come facevano quei due a sapere dove abiti ? Ti rendi conto che ora casa tua è a rischio ? »

Con lo sguardo immerso in un punto indefinito dell’oscurità, Julie non si era accorta che Giacomo aveva accostato e che il portone oltre il finestrino era quello dello stabile dove viveva.

« Grazie Giacomo » disse voltandosi verso di lui, in un movimento che accentuò la pressione del dolore sulla cassa toracica. « Ti spiegherò, ora però ho solo voglia di dormire ». Julie vide nel suo sguardo che non l’aveva bevuta, ma che Giacomo rinunciò ad insistere.

« Ci vediamo dopodomani. Se questa notte dovesse esserci un problema chiamami. Altrimenti ci sentiamo domani, in serata ».

 

Stesa sul divano, aveva finito la canna d’erba rimasta nel posacenere e non riusciva a dormire. Appena entrata lasciò scivolare gli abiti lungo il corridoio. Aveva cambiato l’acqua della ciotola, poi non s’era mossa di lì, senza nemmeno accendere l’impianto stereo. Seoul se ne stava arrotolato ai suoi piedi e l’impressione che le stessero trapanando il cranio non passava, così come l’ossessione legata alla motocicletta non si voleva spegnere. Ripensò a Giacomo che le diceva con un sangue freddo poco comune di aver eliminato i due, all’eventualità che i russi sapessero dove abitava. Non riusciva a capire come i due della moto avessero potuto arrivare fino a lì. Voleva mettere a fuoco la sequenza della partenza dal capannone, dopo aver visto il furgone bianco ma non ci riusciva e quei pensieri le impedivano di addormentarsi. In più, la morte della novecentoquarantaquattro non le dava pace.

Fece scattare il coperchio della lattina di birra col pollice. Forse fu a causa del gesto distratto dall’ossessione legata alla notte passata, la linguetta d’alluminio non aveva ceduto completamente per cui la spinse verso il basso con l’indice. Come le era accaduto altre volte, il bordo d’alluminio le tagliò lievemente il polpastrello.
Urlò d’improvviso, a lungo, fino a quando sentì le corde vocali bruciare, sino a quando il respiro fu trasformato da un singhiozzo rauco, come se in quel piccolo taglio vi fosse tutto il dolore che provava. Poi sentì il peso del corpo incollarsi al divano. Partì così com’era venuto : quell’urlo aveva liberato uno spazio perché subitamente potesse giungere uno sprazzo di calma.

L’appartamento era immerso nel silenzio e la notte densa quando telefonò al turco che rispose controvoglia. Disse a Julie che sperava vi fosse un valido motivo perché lo svegliasse a quell’ora. Gli raccontò dei due che l’attendevano sotto casa, dell’incidente, degli spari. Le chiese se pensasse che il lavoro sui russi fosse a repentaglio. Julie rispose con la stessa convinzione con cui aveva detto a Giacomo che gli avrebbe spiegato quanto avvenuto il mattino. Il turco incassò facendole capire con un sottile codice di silenzi e sottintesi che avrebbe voluto riparlarne. Infine Julie aggiunse che la Porsche era morta. A quel punto la voce del turco ebbe un sussulto :

« Ah, adesso capisco Julie ! Scommetto che il vero motivo per cui mi hai chiamato a quest’ora è perché ti chiedi se posso trovartene un’altra o mi sbaglio ? »

In un primo tempo negò, ma la pausa senza parole del turco la costrinse ad ammettere che senza la novecentoquarantaquattro era venuto a mancare un tassello del suo equilibrio. Il turco le disse quanto già sapeva : quel tipo di Porsche non era affatto raro, però lo era trovarne una nera, in buone condizioni e per di più turbo. Questa volta fu il silenzio di Julie ad esprimere tutta la sua cocciutaggine. Il turco tagliò corto dicendole che se ne avesse trovata una, Julie avrebbe dovuto considerarla come un anticipo sul montante accordato per il lavoro sui russi.

« Dimmi, hai fatto passi in avanti? »

« Sì, ho scoperto il loro capannone. »

La voce fu marcata da un improvviso interesse . Le chiese se fosse sicura del fatto suo e la secca risposta di Julie lo convinse.

« Bene. Molto bene. Tra l’altro pensi che l’italiano possa sospettare qualcosa ? »

« No. Farai quello che puoi per la Porche ? Me lo prometti ? »

Seoul risalì dai piedi, l’annusò solleticandola poi se ne andò in cucina. Julie prese una sigaretta. Il mattino seguente sarebbe dovuta uscire a comprarne , visto che ne rimanevano solo tre. L’accese. Non dubitava della parola del turco, anche in piena notte. Non le sembrò entusiasta e non le promise che ne avrebbe trovata una, tuttavia le disse che avrebbe sondato il terreno. E se nel raggio di qualche centinaia di chilometri c’era una Porsche 944 in buono stato, l’avrebbe trovata. Provò un leggero sollievo e mentre espirava il fumo le sembrò che il tempo si stesse dilatando. Anche il dolore le concesse una tregua. Di ritorno dalla cucina, Seoul miagolò perché Julie gli facesse spazio sul divano. Fu in quell’istante che un flash le attraversò la mente. Un colpo di klaxon, « London’s calling » e Seoul che miagolò al suo ritorno. Si alzò e aprì la finestra. Fu come se un laser avesse centrato la sua mente. Pochi giorni prima, senza pensarci, dopo l’allenamento aveva dato l’indirizzo di casa a Etienne. Invece d’innervosirla, quel pensiero domò l’ossessione che la tormentava da ore. Sentì la concentrazione tornare, focalizzarsi, il respiro diventare più profondo e accordarsi a frequenze più lente, il dolore lacerante pareva diluirsi nel corpo. Etienne: l’intuito le disse che doveva ricominciare da lì.

Appoggiò la puntina su « Songs of faith and devotion », sfilò la Glock dalla fondina e prese il kit di pulizia e manutenzione dall’armadio. Si mise al tavolo basso. Tolse il serbatoio, mosse il carrello e fece scattare il cane come aveva imparato e come ripeteva sempre, pur sapendo che la pistola non era carica. La smontò con gesti precisi, non pensava e le dita agivano, come se fosse una gamma che un pianista ripete migliaia di volte. Dispose le parti della pistola da destra a sinistra. Tolse la canna dal carrello e la posò, verificò lo stato delle parti. Constatò con soddisfazione che grazie a quel rituale la Glock era una condizione ineccepibile. Fece comunque penetrare lo scolino nella canna, passò la punta del pennello all’interno delle componenti metalliche e perfezionò la lubrificazione lasciando solo un fine alone d’olio, togliendone l’eccesso col panno. Rimontò le parti, rimise il serbatoio e si sdraiò di nuovo sul divano tenendo la pistola sul ventre. Seoul, che aveva osservato l’intera operazione dalla poltrona, la raggiunse. Dopo averle annusato il collo e ricevuto qualche carezza si mise al suo fianco.

Aveva distratto il dolore, le immagini sfocate e mosse si sovrapponevano nella mente mescolandosi alla musica senza che riuscisse né seguirne né a comprenderne la trama. Si accorse appena che una specie di sensazione d’abbandono le scorreva sotto pelle. Non riuscì ad ascoltare « In your room » fino alla fine e s’addormentò.

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