Ci sono un romando, uno svizzero tedesco e Norman Gobbi

 

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Pare di stare al bar, incarnando l’avventore rassegnato che subisce l’ennesima barzelletta del cliente rozzo a cui piace alzare il gomito, alzare la voce, alzare la mano per la solita, molesta e inopportuna pacca sulla spalla. Sembra di stare al bar di una vita: quello dove bevi il caffè e leggi il giornale, quello che ci andavi già quando si poteva ancora fumare, quello che le signore al pomeriggio con il cane, quello che la sera i giovani uscivano a limonare ; quello dove i dischi nel juke-box da trent’anni sono uguali, quello che allora lui già stava al bancone e con un alito fetente la sparava grossa perché quando bisognava dire le cose -diceva- lui aveva il coraggio di dirle dando di gomito al vicino e credendosi simpatico, coraggioso,  avvincente; perché lui, diceva, sapeva quello che significa il franco parlare. Poi però non diceva altro che il suo essere sgradevole, stupido, rozzo ed arrogante. E allora intonava quella dell’accendino, degli ebrei e del gas; si sganassava di risate quando ricordava quella dei bambini etiopi, del pallone e della fame. Mentre oggi è quella sui barconi che affondano, quella del lavoro che si ruba, quella che le donne sono puttane.

Pare di stare in quel bar, che le signore il pomeriggio non ci vanno più e nemmeno il cane, che il caffè lo bevi mentre gli unici giornali che rimangono -alla meglio- non sono da leggere ma da guardare, mentre – alla peggio – resta solo la carta straccia del mattino che per l’intera settimana la fa da padrone: una squallida bibbia politica da cui il rozzo cliente scopiazza ciascun tratto della propria presunta e bisunta opinione. Carta che non è nemmeno buona per il macero perché  sporca di vecchio caffè, di fondi di birra, di briciole ammuffite e della bava del suo rabbioso editore. Oggi pare di stare in quello stesso bar: quello che la domenica dopo la messa non ci va più nessuno, quello che le slot e l’incasso in nero nella scarsella, quello che sfrutta la cameriera straniera per un salario da miseria nel quale è incluso il fatto che debba subire le sudicie parole del proprietario e dei più rozzi avventori; quello che per anni ha evaso il fisco, ossequiato i potenti locali, servito cornetti del giorno prima e che è diventato il covo di un crasso corpo elettorale che continua a spararla grossa, a darti di gomito, convinto che oltre ad averlo duro ha pure ragione. Ed è un corpo che sbraita, che si fa sentire, che incassa e che abbassa la voce solo quando è altrove, là dove non ha peso alcuno per potere contare. Ma è ciò che rimane: perciò, come se non bastasse, cercano di convincerti che ti dovresti pure accontentare.

 

C’è un francese, un tedesco e un italiano -grida come se non l’avesse mai sentita nessuno-  e finisce che o l’italiano è un terrone troglodita o un tipo furbo, uno che chiude la bocca a tutti -lui- perché è più scaltro, perché la sa più lunga;  uno che l’ha capito come vanno le cose e come devono andare. E come lui questo tipo di ticinese dei giorni nostri, di cui il rozzo del bar, altro che Svizzero italiano, è il più grezzo esemplare. E giù grasse risate e insulti razzisti e la pacca al culo della cameriera, che gli stranieri sono esseri umani di seconda categoria, e lei -straniera- è solo buona per servire o per essere trattata come una sgualdrina, mica è una donna da sposare.

Quello è anche il tuo bar, o meglio lo era e lo è stato per una vita, ma oggi è giunto il momento di andatene perché quando stai lì non riesci più a parlare né con qualcuno né con nessuno; vergognandoti, nel tuo intimo, di ciò che lì viene detto, inneggiato, sbraitato, abbaiato. Perché oramai è diventato un luogo che sa di muffa, che puzza di rancido e che è saturo di luride parole. Eppure quello è il bar del paese, del tuo paese. Così viene detto e ripetuto alla nausea che serve e che quindi va preso per quello che è, per quello che vale, per una speculazione, per mercanteggiare. Per farglielo vedere chi siamo noi. Quel noi che però, altrove, conta sempre di meno e finirà che domani butteranno giù tutto e costruiranno un centro commerciale, una palazzina anonima di beton per affitti da profitto, uffici su uffici o l’ennesimo puttanaio che il denaro non ha colore, figuriamoci un odore. E a quel punto di quel che resta non rimarrà più nulla e nemmeno di quel gradasso al bancone del bar che per anni ha fatto la voce grossa si sentirà più parlare.

Pare di stare in quel bar che non ci sono più nemmeno un francese, un tedesco e un italiano, ma un romando, uno svizzero tedesco e Norman Gobbi. Sai che risate. A nulla serve dire e ripetere che se questo è quanto abbiamo, allora tanto vale rinunciare. E’ puramente inutile ricordare che questa mossa è solo un baratto da retrobottega da mercatino dell’usato elettorale che mette in corsa il nostro perché alla fine, meglio di niente, qualcosa si potrà pure ottenere. Dover affermare che la statura politica nazionale del Norman Gobbi equivale al nulla pare una barzelletta da due soldi perché poi si cadrebbe nella strategia che il suo partito ama operare : quella dell’insulto sul fisico, sulla persona, quella che non ha né dignità né principi, quella che Calderoli –in confronto- è un gran signore.

A nulla serve ricordare che altri candidati e politici sono stati utilizzati con questo stesso scopo: un vicepresente romando del partito, per esempio, che ci ha lasciato le penne come se fosse stato inondato da una marea di catrame. Eppure, al peggio ci si adatta e alla peggio, quella del Norman Gobbi, è una candidatura che fa rumore e che fa parlare ma che nell’equazione della barzelletta non vale nemmeno l’italiano, figuriamoci uno svizzero italiano. Quella che viene spacciata come un’opportunità, in realtà è solamente uno stucchevole insulto; quella che viene venduta come se fosse una seria opzione non è altro che un’operazione fantoccio; come se -veramente- l’Assemblea potesse ritenere il Norman Gobbi degno del Consiglio Federale.

Norman Gobbi candidato al Consiglio Federale: questa è la barzelletta di cattivo gusto, questo è il bar dove pare di stare. E per giunta, alcuni personaggi politici di uno spicco tipicamente provinciale tentano di fare credere che questa sia una buona occasione perché la voce della Svizzera italiana e del Ticino possa venir ascoltata a Berna quando invece si tratta solo di mercanteggiare, di svendere sparuti voti, di cercare di ottenere qualcosa in cambio, così che alla candidatura e a chi la sostiene venga ritornato un misero ascensore. Perché questa candidatura, la candidatura del Norman Gobbi al Consiglio Federale, è un vergognoso atto di elemosina politica che cerca di ottenere qualche spicciolo in più e la foto sul giornale, quello da guardare: altro che considerazione per una terra, per una regione, per una lingua e per un cantone.

 

 

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