Dumping, a qualcuno piace opaco

 

Dumping è una parolaccia. Letteralmente. Non una di quelle parolacce che si evitano di pronunciare in presenza dei bambini che loro tanto le imparano uguale e ci si chiede chi le abbia insegnate sapendo bene – in fondo – chi sia stato. Dumping è una parolaccia che ha intaccato il nostro linguaggio perché s’è infiltrata nella realtà quotidiana, giorno dopo giorno, come un virus che si moltiplica in un organismo che ha dimenticato quale sia il suo sistema immunitario.

E quando diciamo dumping, non possiamo che pensare al dumping salariale. Ma è tale, la parolaccia, che abbiamo dimenticato che dumping, prima ancora, evoca una discarica – dall’inglese dump – per cui tutto ciò che lì arriva viene scaricato nel frastuono di materia che frana e polvere e tanfo e camion che appena hanno terminato l’operazione ripartono senza esitare.
Lì non ci stai per contemplare l’orizzonte desolante né il viavai incessante degli autocarri né chi è ridotto a cercare migliore fortuna rovistando a mani nude né le colline coperte di melma che solo da molto lontano tradiscono uno sguardo distratto perché anche lì –s’illude– può nascere un fior.
E non diamanti che quelli sono per chi dalla discarica trae profitto, chi la sfrutta e ancora di più s’è abusiva e lì dentro ci finisce quello che al comune dei mortali non è dato a sapere.
Circolare. Non c’è nulla da vedere. Non c’è nulla da scoprire. Non c’è nulla da chiarire.

Dumping è una parolaccia. Letteralmente. Perché non inveisce contro la realtà bagascia, ma getta un velo opaco, per nulla pietoso ; che non copre perché nasconde, che non mette in risalto perché appiattisce, allontana, immerge in un denso, sciatto, indefinito grigiore che riesce a smorzare anche il più vivo interesse.
Ma quando si tratta di salari, si tratta di gente; e allora non sono più  cose destinate all’oblio terreno. Sono persone.
E quando sono i salari che finiscono nella morsa del dumping, scaricati da piani inclinati che non lasciano scampo perché non offrono appiglio alcuno a cui potersi aggrappare, travolti da una pressione a cui è impossibile resistere soli; e quando sono i salari e le persone ci vorrebbero numeri, dati, statistiche, grafici e analisi che permettano di capire. Ma anche in questo caso, non è dato a sapere.

Pare inverosimile che nel cuore della società dell’informazione ci sia ancora qualcuno capace di difendere l’indifendibile, di affermare che le informazioni riguardo al mondo del lavoro e dei relativi contratti possano paralizzare l’economia per cui è meglio che le informazioni non vengano né assemblate né compilate. Ma se questo fosse vero, visti i formulari in ballo, non ci sarebbe una sola compagnia di assicurazioni che potrebbe funzionare. E la salute non sarebbe mai potuta diventare un business colossale. Non ci sarebbe un solo farmaco, oggetto, utensile, attrezzo, strumento, gadget tecnologico in commercio se la notifica di informazioni riuscisse a bloccare l’economia.Non avremmo mai sentito parlare di aziende e multinazionali che investono nel campo dei Big Data. 
Non ci sarebbero scambi, transazioni, speculazioni, contratti se il fatto di documentare quanto accade potesse bloccare l’insieme delle operazioni. In questo Paese non ci sarebbe né una sola pensione versata né una sola azienda funzionante se la notifica dei contratti di lavoro potesse realmente bloccare tutto. E a nessuno verrebbe mai in mente di formulare un paragone sovietico al riguardo.
Affermare che la notifica dei contratti ad un’autorità competente bloccherebbe l’intera economia non significa solo prendere la logica a pugni, ma alimentare volontariamente l’ignoranza, che di per sé non ha alcun bisogno di essere nutrita. E soprattutto – affermarlo – significa essere in malafede.

Dumping è una parolaccia. Letteralmente. Perché produce una sacca immersa di cui approfitta e che solo alcuni vorrebbero fare emergere. Perché trae profitto dall’ombra e nell’ombra permette di trarre un indicibile profitto. E chi ne approfitta, delle condizioni che lo permettono non vuole dire nulla. E vuole che nulla sia dato a sapere. Ma quel che è peggio è che sono i fautori del libero mercato a tutti i costi che ostacolano il freno al dumping che ne sono al contempo responsabili che non osano dire, affermare, pronunciare che del dumping nulla s’ha da sapere perché, alla luce del sapere, la parolaccia si sbriciola, svanisce, non ha più alcun motivo né di esistere né di essere pronunciata. Perché nella sua ammissione il dumping diventa ‘sfruttamento’ e in alcuni casi addirittura ‘schiavitù’. Ed è solo grazie alle informazioni, alla conoscenza e al sapere che lo sfruttamento può essere debellato.

Così, mentre più attori continueranno  a stendere un velo opaco per confondere i connotati del dumping senza timore alcuno, purché non se ne parli in termini fattuali e argomentati ci sarà sempre qualcuno come Glauco Martinetti, il presidente della Camera di commercio ticinese, pronto a scrivere delle aberrazioni come quelle contenute nell’articolo « Tra dumping salariale e realtà economica », pubblicato dal Corriere del Ticino.
Glauco Martinetti sostiene che gli ispettori non servono e nemmeno una struttura, un’autorità competente che possa compilare i dati utili alla conoscenza del dumping. « Per gli abusi -scrive- ci sono le sedi civili, penali e amministrative per sanzionare chi non rispetta le leggi ».
Questo – che Glauco Martinetti spaccia come argomento- non è che una fallacia visto che non può ignorare, così come una persona dotata di un minimo di raziocinio, che perché un abuso, un delitto, un reato o un crimine possa essere sanzionato occorre, prima, individuarlo. Le sedi civili, penali e amministrative non sarebbero altro che delle scatole vuote senza senso se nel processo non ci fossero anche le forze di polizia, gli investigatori, i commissari, gli ispettori, gli esperti chiamati a produrre mille e più analisi, controlli e perizie. A nulla serve, se non a confondere, affermare che si può sanzionare se non vengono consacrate delle risorse affinché -prima- si possa comprendere, analizzare e individuare.

Dumping è una parolaccia. Letteralmente. Perché di questo passo ci sarà sempre qualcuno pronto ad affermare che il dumping si vede e non si vede. Che lo si intravvede, lo si sente, ma non lo si tocca. E infine, ci sarà anche chi finirà per dire che il dumping non esiste. Lo sosterrà deciso, diritto, coi piedi ben piantati per terra. Sulla terra che ricopre una discarica abusiva, di cui però nulla s’ha da sapere.

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