I panni della precarietà

La precarietà non è necessariamente stracciona, non strilla per forza e molto spesso – oltre a quanto si possa credere – non è per niente un’accattona.
La precarietà la incroci per strada, sta di fianco a te sui mezzi pubblici; ti sorride, ti dà il resto, ti dice arrivederci, grazie e nemmeno t’accorgi che l’hai incrociata, vista, sentita, respirata, sfiorata.

La precarietà, mentre t’innervosisci inutilmente alla pompa di benzina per un’infima attesa, ha già lavato, vestito, dato la colazione e portato a scuola uno o più bambini; s’è preparata, vestita, truccata, messa le scarpe col tacco che deve portare per lavorare; ha guidato, parcheggiato, camminato, indossato la divisa a meno che non la portasse già per guadagnare tempo; ha timbrato, preparato la cassa, riempito gli scaffali, separato la posta e dovrà portare per più ore quelle maledette scarpe con l’obbligo di sorridere e apparire gentile anche al più maleducato avventore perché la cosa peggiore sarebbe perdere anche il lavoro.

La precarietà porta spesso i panni della commessa, dell’impiegata a tempo parziale; di chi deve stirare, pulire, stare in piedi per ore, tagliare, piegare, impacchettare, sciacquare; rispondere al telefono, alle mail, a domande, a idiozie e  – sorridente, gentile, disponibile –ai clienti che giungono al bancone.

La precarietà porta anche i panni di chi fino a ieri la precarietà credeva di non doverla né incontrare né sentire né toccare mai: un compagno, un marito, un lavoro, una casa, un bambino o forse di più; un lavoro alle spalle, un divorzio, una dolorosa separazione; un licenziamento, un’orribile delocalizzazione, degli alimenti consumati dall’attesa; una malattia, uno sfratto, un lutto da sopportare. Perché la precarietà non suona più volte il campanello, non avvisa sempre per tempo e nella spensieratezza di un benessere materiale tanto effimero quanto apparente – quando giunge – ti sorprende, ti afferra e ti spinge come una belva brutale nella tromba delle scale o nel baratro del vano di un ascensore.

La precarietà è il quindici del mese mentre tu pensi all’ultimo modello o alle vacanze da organizzare ed è invasa dal panico dei giorni che restano. Conta e riconta gli spicci, stringe la cintura, si vergogna di accettare l’aiuto degli altri, ammesso che rimanga qualcuno che un aiuto lo possa ancora dare; tornerà allo sportello dell’assistenza, pagherà fatture che malgrado quel lavoro e l’aiuto sociale riesce a malapena a pagare. La precarietà ha paura di un guasto, di una malattia, di non potere accudire come vorrebbe i propri figli; di non potere offrire loro uno sfizio o qualche giorno altrove che quello è un lusso che solo quando te lo puoi permettere ritieni che sia il superfluo a cui è facile sapere rinunciare.

La precarietà può portare i panni accumulati nell’armadio in una vita anteriore, ma che cominciano a essere lisi; non perde un buono sconto, vende quel che può attraverso i siti del buon affare; racimola, economizza, misura, fa durare all’inverosimile e prega perché non nevichi ché le gomme per la neve sono un lusso per altri benché l’inverno stia arrivando e l’auto serve per andare a lavoro che magari ci fosse un treno, un bus o meno di mezz’ora a piedi, in bici o vai tu a sapere come.

La precarietà è più invisibile, degna, rispettabile di quanto si possa pensare. La precarietà porta anche i panni di un uomo, di una vedova di un ex-impiegato, di una persona che chi l’avrebbe mai detto; di lavoratori che mai avrebbero accettato – prima – un impiego alla domanda, per quel denaro, di quella natura, in quelle condizioni e che ora l’hanno e nella speranza di non perderlo – minacciati, impauriti, deboli– non osano nemmeno dichiarare. E pure le lavoratrici che però hanno da tempo fatto il callo: si sono battute, hanno lottato, hanno alzato la voce e si sono anche rassegnate.

La precarietà è la paura costante che invade la testa, lo stomaco, le braccia sino alla punta delle dita e che non ti lascia dormire. E’ la vittima ideale e impotente del ricatto, del sopruso, della minaccia, dello sfruttamento.

La precarietà porta i panni di una nonna la cui credenza è vuota, che ringrazia la vecchiaia poiché le toglie la fame e che ha più paura di uno sfratto che della morte: persa la casa perderebbe tutto e non saprebbe nemmeno più perché continuare a campare.

2 Responses to “I panni della precarietà”

  1. Carlo Lepori

    Caro David,

    ricevo i tuoi blog e ho apprezzato questo. Purtroppo l’ultimo paragrafo e illeggibile:

    > La precarietà porta i panni di una nonna il cui armadio è vuoto e che ringrazia la vecchiaia poiché le toglie la fame, ma che ha più paura di uno sfratto che della morte: persa la casa perderebbe tutto e non saprebbe più né come fare né perché continuare a campare. rivarci. e le gomme per l’ffrireagari ci fosse un treno, un bus o meno di mezzora a piedi per arrivarci. e le gomme per l’ffrire

    Ciao Carlo

    >

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    • David Marín

      Caro Carlo, grazie! Non so che pasticcio ho fatto col telefono e la nuova versione. Per fortuna mi hai avvisato. Alla fine, al telefono, preferisco anche un vecchio computer. Mi auguro che ora funzioni e che quella online sia la buona versione.

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