Norman Gobbi: un fiume di dopobarba non basta

« Peccato, Norman Gobbi non ce l’ha fatta »: per fortuna. O meglio, come previsto. Come se –veramente- il Norman Gobbi avesse potuto farcela. Come se –veramente- l’Assemblea avesse potuto ritenere il Norman Gobbi degno del Consiglio Federale. La pantomima è durata oltre il dovuto, la barzelletta di cattivo gusto fin troppo. Non che il Norman Gobbi non si sia messo il vestito buono e cercato di fare bella figura, per l’amor del cielo.

Ci sono un romando, uno svizzero tedesco e Norman Gobbi

Pare di stare al bar, incarnando l’avventore rassegnato che subisce l’ennesima barzelletta del cliente rozzo a cui piace alzare il gomito, alzare la voce, alzare la mano per la solita, molesta e inopportuna pacca sulla spalla.
Sembra di stare al bar di una vita: quello dove bevi il caffè e leggi il giornale, quello che ci andavi già quando si poteva ancora fumare, quello che le signore al pomeriggio con il cane, quello che la sera i giovani uscivano a limonare ; quello dove i dischi nel juke-box da trent’anni sono uguali, quello che allora lui già stava al bancone e con un alito fetente la sparava grossa perché quando bisognava dire le cose -diceva- lui aveva il coraggio di dirle dando di gomito al vicino e credendosi simpatico, coraggioso, avvincente; perché lui, diceva, sapeva quello che significa il franco parlare. Poi però non diceva altro che il suo essere sgradevole, stupido, rozzo ed arrogante.

Il tempo, la fantasia e i grandi orizzonti

Quando la musica tace, lacerata dai proiettili dei fucili d’assalto, quando le voci vengono soffocate dalla rabbia cieca di luridi assassini, la negazione della vita si materializza. E’ una rabbia assassina che uccide per cercare d’imporre – col terrore e a qualunque prezzo – un principio dogmatico ; un’arida ideologia che nega la dimensione del tempo e il fatto che – attraverso il tempo – gli esseri umani possano immaginare, descrivere, studiare, correggere, falsificare, verificare, pensare e ricondurre questo stesso processo per scrivere una storia che si oppone diametralmente ai principi dogmatici che i fondamentalisti, aiutati da imbecilli braccia armate, vogliono imporre

La morte di un bambino

Ho visto la foto di un bambino morto. Ho visto la foto di un bambino morto e non avrei mai voluto vederla. Ho visto la foto di un bambino morto, mentre la sensazione di averla già vista e di averla già rivista mi stava rincorrendo.
Ho visto la foto di un bambino morto e non avevo alcun bisogno di vederla. L’ho guardata poiché l’avevo già guardata. Ho visto e osservato come la foto di un bambino morto ha cominciato ad apparire più volte e più ancora nello schermo che mi connette alla crudeltà del mondo leggendo, simultaneamente, le grida delle voci indignate. Ho visto la foto di un bambino morto, decina di volte, secondo più prospettive, accompagnata da più legende, sottolineata da innumerevoli commenti.

Questo non è Maometto

Mentre guardo la copertina dell’ultimo numero di Charlie Hebdo, penso a questa storiella: un professore di filosofia traccia una linea orizzontale col gesso da un estremo…

I due della berlina nera

Solo la nicotina avrebbe potuto addomesticare il rush d’adrenalina liberato nella fuga. Il motore della moto tintinnava raffreddandosi dietro la porta di casa. La temperatura dell’aria, quella…

Le più belle frasi

Le più belle frasi si formavano camminando. Così un giorno decise che si sarebbe fermato. Armato di una penna e di un foglio bianco avrebbe cercato di seguirle.
Seduto, s’accorse che le più belle frasi svanivano correndo.